50 Best 2019: se il vero vincitore fosse Redzepi?

Cucina e design, complementari nel servizio
28/06/2019
Günther e il suo gelato diVino
01/07/2019

The winner takes it all” cantavano gli ABBA nel 1980.

Il motivetto di questa splendida canzone mi risuona in testa, prodotto da un altoparlante invisibile e sconosciuto. Mi succede spesso, sapete? Il più delle volte nel dormiveglia. Oppure nelle prime ore del mattino, quando il corpo non è ancora così connesso al cervello. Quando ti muovi anche con una certa leggiadria, ma quasi fossi lo Spaventapasseri del Mago di Oz, privo di intelletto e ripieno di paglia.

The winner takes it all” cantavano gli ABBA nel 1980.

E io ho la sensazione precisa che, da queste parti, non li conoscano. Oppure non li abbiano ascoltati con grande attenzione. Misurando a dovere ogni parola. Perché oggi, almeno a me, non è sembrato per niente che il vincitore si prendesse tutto. O meglio: si è preso quello che gli spettava. La gloria, il compimento di un’intera carriera, oltre che di un anno straordinario e una soddisfazione che, come benzina, potrebbe alimentare il motore della sua passione chissà ancora per quante settimane. Ma non tutto.

Mauro Colagreco e il suo Mirazur rappresentano la migliore proposta culinaria mondiale. Ma a Singapore, nella notte degli Oscar della cucina, ovvero il 50 Best Restaurant, il mio vero trionfatore è stato chef René Redzepi del Noma 2.0.

Non è la prima volta che partecipo alla serata di Gala del 50 Best. Da quando è cominciata la mia avventura con So Wine So Food, quindi l’8 marzo 2017, sono stato ospite di questa manifestazione (giunta alla sua diciannovesima edizione) in almeno due occasioni. In una di queste fu un italiano a trionfare: Massimo Bottura con la sua Osteria Francescana. Cosa che non si è ripetuta quest’anno, non per demeriti del cuoco modenese ma per un cambio di regolamento. Dal 2019, infatti, è stata istituita una Hall of Fame Best of The Best, nella quale Bottura, da doppio vincitore, ha avuto accesso diretto. Così come El Celler de Can Roca, l’Eleven Madison Park, The French Laundry di Thomas Keller e The Fat Duck di Heston Blumenthal, El Bulli (addirittura il più intitolato con 5 trionfi) e il Noma di Copenaghen.

Proprio qui vi aspettavo. Perché, come vi dicevo a trionfare a Marina Bay Sands è stato sì Mauro Colagreco ma il mio eroe della serata è stato Redzepi e ora vi spiego anche perché.

Impossibile non essere felici per il cuoco italo argentino di Menton. La sua voce spezzata dall’emozione, la brigata sul palco, le quattro bandiere cucite insieme per ricordare le sue origini e quelle dei suoi collaboratori. Il suo 2019 è stato un anno straordinario: prima il traguardo delle tre stelle, per di più in Francia, patria della Guida Michelin, poi il trionfo al 50’ best.

Ma lo sapete, a me i lieto fine piacciono il giusto. Mi commuovono ma nulla di più. E’ il genio che mi attrae. La follia che mi dà un brivido. E tutto questo è riconducibile ad un solo nome René Redzepi. Tornato in auge con il suo nuovo Noma, lo chef danese ma con origini albanesi, dopo una serie di vicissitudini è rientrato a casa. Precisamente nel quartiere di Christiania a Copenaghen. Il tempo di accendere i fornelli e sono arrivate due stelle, così d’emblée, e poi il secondo posto nella classifica più importante dell’enogastronomia. Ma non è stato questo a stupirmi: piuttosto la sua assenza il giorno delle premiazioni. Non so se Redzepi possa essere inserito nella categoria dei “diavoli” o in quella dei “geni” fatto sta che questa presa di posizione, mi ha davvero colpito positivamente. E’ stato non tanto un modo di confermarsi protagonista, quanto la scelta, giustissima a mio avviso, di dare gli onori delle cronache a chi fatica accanto a lui e lontano dai riflettori. A ricevere il premio, infatti, sono stati tutti i suoi collaboratori: dal più umile lavapiatti fino al più sofisticato e dotato dei suoi assistenti. Ho trovato questo gesto bellissimo e geniale insieme.

Non sarei l’Uomo delle Stelle, però, se non andassi a ricercare anche il più piccolo degli aghi nel pagliaio. E con questo giro di parole intendo le criticità, impossibili da evitare, di una manifestazione così importante e frequentata (si possono addirittura acquistare i biglietti per partecipare al Gala). Innanzitutto non è mi piaciuto l’outfit di alcuni cuochi. Non tutti, infatti, hanno seguito le indicazioni dell’invito riguardanti il dresscode: ovvero il black tie. Molti si sono presentati vestiti casual: non proprio l’abbigliamento più consono per serate come queste.

Poi c’è la disfatta degli italiani: rispetto agli anni precedenti, gli chef nostrani hanno sofferto parecchio. Escluso Bottura, per i motivi che ho sopra spiegato, tutti gli altri sono scesi di posizione. Tra i primi 50 sono solo due i ristoranti tricolore che sono riusciti ad accedere alla classifica finale: quella più prestigiosa. Parliamo di Enrico Crippa 29esimo (16esimo nel 2018) e di Massimiliano Alajmo 31esimo (23esimo nel 2018). Fuori di un soffio Niko Romito sceso al 51esimo posto dopo la 36esima posizione della passata stagione.

Immaginate il loro umore al termine della premiazione: nero. Io non la vedo come una cosa così negativa, anzi. Vorrei che divenisse uno sprone per i nostri cuochi, un qualcosa che li portasse a fare meglio. Questa pressione ci farà bene, spingerà il movimento enogastronomico italiano a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Ad impegnarsi di più per trasformare il proprio potenziale in un qualcosa di davvero concreto.

Intanto, mi sa che me ne resterò ancora qualche giorno in Asia. Chiaramente in incognito e per motivi che vi spiegherò più avanti. Ancora non ne sono sicuro: ci sto pensando.

Voi rimanete collegati.

Il viaggio dell’Uomo delle Stelle è ancora molto lontano dalla sua conclusione.

Intanto complimenti a tutti. Al prossimo 50 best!



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *