Alain Ducasse at The Dorchester, la danza dei camerieri all’interno del numero perfetto: il tre

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16/03/2017
Press
16/03/2017

 

Tre.

Si dice sia il numero perfetto.

E’ certamente quello più giusto per descrivere l’Alain Ducasse at The Dorchester.

Tre i locali, tre le stelle Michelin in tutta Europa.

Tre le portate che ho avuto il piacere e l’onore di assaggiare.

 

L’Alain Ducasse “inglese” si trova in uno dei quartieri più chic della City: il Mayfair. Il più serio e silenzioso. Certamente il più sofisticato. Il ristorante è ospitato all’interno del The Dorchester, una struttura extra lusso a cinque stelle. Il fatto di trovarsi all’interno di un hotel così importante garantisce tre punti a favore: la possibilità di trovare parcheggio senza troppi affanni, la certezza di non rimanere in strada in attesa dell’apertura del locale e l’opportunità di usufruire dei bagni dell’hotel. Belli, puliti, spaziosi, profumati, sebbene un po’ lontani dalla sala principale.

 

Quello che colpisce subito dell’Alain Ducasse è la meticolosità: nulla è lasciato al caso. Le stoviglie, le tovaglie, i bicchieri sono identici in ogni ristorante dello chef francese. Che ci si trovi a Parigi, Monaco o Londra. Il white, riscontrabile in ogni angolo della sala, dà una sensazione di freschezza e pulizia.

 

Dieci i tavoli a disposizione dei commensali. Il più riservato, al centro, è nascosto da una tendina di perline: solitamente ospita le personalità di spicco. Non più di una settimana fa, infatti, ha fatto spazio a Lewis Hamilton: il campione del mondo inglese di Formula 1.

 

Due i menù a disposizione: il lunch menù, costituito da tre portate e il menù alla carta, quello scelto dal 90% dei clienti. Ho optato per il primo, vedendomi serviti piatti assolutamente innovativi per Ducasse: erano stati inseriti in lista solo il giorno precedente al mio arrivo. Ve li racconto.

 

Abbiamo aperto con gli “asparagi verdi e uova mimosa”: asparagi con un uovo alla coque, serviti in un piatto fondo, ricoperti di bottarga e tartufo. Un mix di colori, profumi e soprattutto sapori da far girar la testa.

 

Abbiamo proseguito con il “dry ageed beef”: manzo con una frollatura in osso di otto giorni e una stagionatura con aria fredda in celle frigo per altri ventuno. Servito con carciofi croccanti, funghi e una riduzione della carne stessa, tutto senza sale. In un altro piatto viene adagiato l’osso scavato privato del midollo che, con il fegato d’anatra, dà vita ad un meraviglioso cremoso da mangiare con una forchettina in madre perla.  

 

Abbiamo chiuso con il “blue cheese”: una fetta enorme di gorgonzola. Particolare strano per un ristorante tristellato.

 

Come in ogni pranzo che si rispetti non poteva mancare il momento del dolce. Sapendo che il Pastry chef era un italiano, Angelo Ercolano, ho deciso di assaggiare il suo famoso “Babà comme a Monte Carlo”: davvero delizioso.

Anche la Petite Patisserie non è stata da meno: ho gustato dei tipici macarons francesi e anche dei meravigliosi cioccolatini.

 

Ho concluso il pasto con la consueta tisana, che da Alain Ducasse ha una particolarità in più: viene fatta al momento, con piante fresche pigiate per l’occasione. Ho optato per un “menta e rosmarino” che mi ha rinfrescato il palato, lasciandomi una bellissima sensazione in bocca.

 

Una nota positiva e una negativa nel servizio: i camerieri sono strepitosi. Quando servono i commensali sembra di essere a teatro. Danzano, non intralciando mai la vista del cliente, ma passandogli sempre dietro prima di servirlo. Non mi è piaciuto, invece, il sommelier: alla richiesta specifica di una tipologia di vino, ha risposto consigliandomene un altro di target completamente diverso rispetto a quello da me richiesto.

 

Posso salutare Londra comunque soddisfatto. Mi preparo a prendere il prossimo aereo destinazione… Volete saperlo? Basterà seguire gli indizi che vi lascerò sui miei social. A presto…

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