Crenn-Renaut: uscire affamato da un tre stelle Michelin…

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Sono John Travolta.

O meglio: Vincent Vega interpretato da John Travolta.

In poche parole sono uno dei protagonisti di un film che ha fatto storia: Pulp Fiction.

La location si addice, eccome. Anche solo perché mi trovo negli Stati Uniti. A San Francisco come sapete. Ma non divaghiamo. Torniamo al fatto che sono Travolta/Vega. E che sono a casa di Mia Wallace: la moglie del capo. Ho un oggetto in mano: nel capolavoro di Quentin Tarantino dovrebbe essere uno spolverino. Io, invece, stringo tra le dita il menu del ristorante in cui ho mangiato. Mi giro intorno alla ricerca di qualcosa. Inquadro subito l’oggetto del desiderio: il mio soprabito, le mie cose, sono poggiate su uno sgabello. Trasecolo: hanno liberato il tavolo che mi aveva ospitato fino a pochi minuti prima e praticamente mi hanno messo alla porta. Alle 19 di un giorno normalissimo: in poche parole lo staff ha fretta di far terminare la cena. Dopo di me ci sono altre persone che devono mangiare. Che eleganza! Non proprio un atteggiamento da ristorante tre Stelle Michelin. Ma procediamo per ordine: ho voglia di raccontarvi tutto, senza tralasciare nessun particolare.

Sono ancora in California, a San Francisco. E sono pronto ad affrontare un’esperienza enogastronomica da capogiro. Mi trovo all’Atelier Crenn, di Dominique Crenn, una delle chef donna più apprezzate. Primo perché esistono pochissime cuoche tre stelle Michelin al mondo (solo quattro) e poi perché la Crenn è stata la prima donna ad aver conquistato il traguardo massimo dei macaron negli Stati Uniti.

Non cucinerà da sola: l’evento al quale sto per partecipare vedrà protagonista anche Emmanuel Renaut, altro chef tre Stelle Michelin che ha lasciato il suo Flocons De Sel proprio per raggiungere la collega e realizzare con lei una cena memorabile a quattro mani.

L’Atelier Crenn si trova nel downtown, non lontanissimo dal mare. L’ingresso del ristorante svetta all’interno di una strada più che normale: non c’è una “grande” entrata. Ma nessun locale di San Francisco, se si fa eccezione per Benu, ne possiede una. A primo impatto la sala appare davvero molto bella, semicircolare, con tavoli da due, appartati in piccole nicchie. Mi piace la posaterie, tipica francese, così come apprezzo l’assenza di tovaglie. Scelta che, non mi stancherò mai di dirlo, mi trova parecchio d’accordo. L’arredamento, invece, è minimalista: in linea con la cultura americana e californiana nello specifico.

Passiamo al menu: si compone di undici portate. Le pietanze, per quanto manifestino ricercatezza e anche una grossa tecnica di preparazione, appaiono di quantità minime. In più scivolano via l’una dietro l’altra con una velocità che se da un lato può soddisfare, dall’altro fa sorgere diversi interrogativi. Sono solo le 17 del pomeriggio e so che la cena non potrà durare più di due ore. Alle 19, infatti, come vi accennavo, c’è un secondo turno di persone che deve mangiare. Bisognare fare in fretta e la brigata lo sa bene…

Apriamo con il kir breton: un sottile guscio di cioccolato bianco riempito con sidro di mele e sormontato da Creme de cassis, che si scioglie in bocca. Ottimo inizio.

Proseguiamo con una ciambella affumicata con crostata di zucca; geoduck con riccio di mare e agrumi e l’immagine di prati e giardini.

Chiaramente non può mancare un pairing di vini di livello. Mi propongono quattro bottiglie: un Sainte Anne, Chartogne-Taillet: uno champagne molto strutturato dalle evidenti doti minerali, con sentori di crosta di pane, miele e frutta; uno Chablis Grand Cru Bougros del 2012, Vignoble Dampt: dal finale lungo e dalla beva invidiabile che appare molto fresco e molto acido; un Pichler Ried Kellerberg Riesling Smaragd 2016: fresco e asciutto ha come principali note al gusto, aromi di pesca, limone, albicocca e miele; e infine un Domaine Guyon Vosne-Romanée del 2015: un Pinot Nero dai sentori di frutta rossa sia al naso che al palato. 

Si continua con caviale osetra patate e cipolle e uno dei cavalli di battaglia di chef Renaut: Jeune de Poule Fumé, Champignon e Cafè. Avevo provato una cosa simile al Flocons de Sel e devo dire che non posso che apprezzarla.

Procediamo con torta di asparagi verdi, mandorle e nocciole; caviale, gamberetti, gel di pompelmo e una splendida brioche di pane (ottima) da mangiare con il burro fatto in casa.

E’ il momento dell’abalone, cavolo e panna affumicata (perfetto nel taglio e nella cottura), del biscotto al luccio, con succo di cipolla grigliata e infine il cuore di barbabietola (scelta interessante, specie nell’impiattamento) e una crostata calda al cioccolato .

Conclusa la petite patisserie chiedo la possibilità di visitare la cucina. Cosa che, chiaramente, mi viene subito accordata.

E’ al ritorno, però, che avviene il “fattaccio” che mi costringe a rivedere tutto il mio giudizio: raggiunto il tavolo non trovo più la mia roba. E’ su uno sgabello vicino all’uscita. Chiaro invito, come vi dicevo in apertura di blog, a lasciare il locale, per fare spazio ai nuovi clienti.

Non mi piace. Non mi piace affatto.

Conclusioni: dovessi dare un voto alla sola esperienza culinaria, non basterebbero cinque barbe. Ce ne vorrebbero sei: come la somma delle stelle che possono vantare Dominique Crenn e Emmanuel Renaut. Ma vogliamo parlare del servizio? E delle quantità delle portate? Misere come raccontavo. Cosa che mi ha costretto a fine cena a raggiungere il fast food più vicino (Super Duper) per abbuffarmi di hamburger e patatine.

Mai mi era capitato di dover lasciare un ristorante di questo calibro, ancora affamato. E’ proprio vero che nella vita c’è sempre una prima volta.

Bene ma non benissimo.

Voto finale: tre barbe.



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