Don Alfonso, quando si può essere “eccellenza” anche solo con due stelle…

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Mi sono sempre considerato un apolide.

Non appartengo a nessun posto e nessun posto mi appartiene.

In fondo non rispondo a tutti così, quando qualcuno mi rivolge la fatidica domanda: “Where are you from?”

E questo, se da un lato può sembrare infinitamente triste, dall’altro, invece, a me piace. Quasi mi agevola. Mi facilita in molte cose.

Perché, diciamoci la verità, è quasi impossibile scegliere la direzione giusta se non si conosce con esattezza il punto da dove si è partiti. Ma è anche vero che sentirsi “cittadini del mondo” significa non soffrire mai di nostalgia. Trovarsi più o meno bene in ogni luogo della terra. Non serve altro che capire quali caratteristiche delle nazioni o delle città visitate, si avvicinano di più al nostro modo di essere e il gioco è fatto. E per uno come me, che vive in continuazione con la valigia in mano, questo rappresenta un enorme vantaggio.

Tutto bello. Giusto. Condivisibile. Anche amabile, se pensate che spesso mi dichiaro “apolide” sorridendo e spingendomi gli occhiali sul naso. Che, come dice Battiato, servono per “avere più carisma e sintomatico mistero”.

Se non fosse che ogni tanto occorre fare i conti con il proprio passato. Le proprie origini. La propria Terra.

Anche se non lo si vuole fare. Anche se si cerca di allontanare con forza questo pensiero. Anche se in quel momento bisognerebbe proprio fare altro.

E’ la nostra pelle a suggerirlo, il nostro sangue a pretenderlo, la nostra anima ad urlarlo.

Ecco, perché ogni tanto, cascasse il mondo, ho bisogno di tornare “a casa”. Fosse solo per bermi un caffè, un espresso al bar, e ascoltare alle mie spalle discorsi superficiali sulla politica o il pallone.

Oggi è uno di quei giorni. Uno di quelli in cui non sento ragioni. Uno di quelli in cui voglio che le mie orecchie si riempiano di suoni familiari.

La cantilena del napoletano. Il rumore delle onde del mare.

Mi trovo in Italia. A Sant’Agata sui Due Golfi. Parliamo della maggiore frazione di Massa Lubrense, comune in città metropolitana di Napoli. Situata nella penisola sorrentina, prende il nome dalla posizione straordinaria in cui si trova: i golfi di Napoli e Salerno.

Qui, in un luogo tanto meraviglioso, quanto magico sorge Don Alfonso: un’eccellenza dell’enogastronomia italiana. Bistellato, il ristorante storico della famiglia Iaccarino ha perso la Terza Stella qualche anno fa. Senza mai riuscire a riconquistarla. Se per volontà loro o per scelta degli ispettori non ci è dato saperlo. Fatto sta che spesso, vista la differenza marcata tra le due e le tre Stelle, fare un passo indietro, nella vita come nella ristorazione, può garantire maggiore serenità e quindi una qualità superiore in quello che si fa. In questo caso i piatti serviti.

Don Alfonso è ospitato all’interno di un palazzo napoletano del XIX secolo. Per quanto il mare sia vicinissimo, è impossibile ammirarlo dall’interno del locale. Che, comunque, è dotato di un bellissimo dehor, di ben otto suite in cui soggiornare e rilassarsi e anche di una strepitosa piscina. Don Alfonso, poi, si serve anche di nove ettari di coltivazione, a Punta Campanella, una parte di Sant’Agata che scende a picco sul mare. Lì vengono coltivati, chiaramente a chilometri zero, pomodori, verdure e tantissime altre pietanze prelibate, che lo staff del ristorante utilizza nella preparazione dei piatti e che regala ai suoi commensali, quando questi lasciano il locale dopo aver mangiato.

Don Alfonso nasce nel 1973, da un’intuizione di Alfonso Iaccarino che decise di trasformare la pensione fondata da suo nonno nel 1890, in un ristorante.

Unico tre stelle Michelin del Sud d’Italia dal 1997 al 2001, questo ristorante vive dell’estro creativo di Ernesto, chef e padrone assoluto della sua cucina nonché figlio di Alfonso e Livia, uno dei segreti di questo locale. La sua accoglienza, infatti, fa davvero la differenza: esaltando in continuazione la qualità delle materie prime dei piatti e la grande passione trai fornelli del figlio, la donna non smette di girare per i tavoli nemmeno per un istante. E’ lei che ci racconta i menù, convincendoci a scegliere il Degustazione. Con l’aggiunta, offerto dallo chef, di uno dei piatti storici di Don Alfonso: gli strascinati di nonno Ernesto. Ne parleremo a tempo debito.

Dopo aver scelto il mio “percorso culinario”, mi concentro sui vini, un bianco e un rosso, come al solito. Il primo un Mel delle Cantine Antonio Caggiano, vanta alla vista un colore giallo oro mentre al gusto si presenta dolce con un finale persistente di miele, albicocca secca ed agrumi canditi. Il secondo, invece, l’Elixir di Bacco dei Viticoltori Polito, pur rimanendo su toni molto dolci, viene servito durante il pasto e non, come si potrebbe ipotizzare, per accompagnare i dessert. Color rosso rubino, al palato regala sentori di amarene e mandorle.

Dopo aver ammirato la sala, composta da una quindicina di tavoli pronti ad ospitare un massimo di cinquanta ospiti, e la mise en place, meravigliosa, fatta di tovaglie bianchissime, una posateria strepitosa e tende rosa antico che denotano grandissima eleganza, mi concentro sull’amuse bouche. Le Verdure dell’orto biologico, cotte e crude, con gelato di rafano, croccante di barbabietola e vinaigrette al miele di Punta Campanella. E un bellissimo piatto in pietra con sopra quattro assaggini: Gelato di anguilla, caviale Oscietra, pasta alla rosa canina e battuto di erbe selvatiche.

Poi si continua con il petto d’anatra, composta di mela annurca, riduzione di aceto balsamico, cannella e polvere di borragine; i nudi di ricotta in consommé ai sentori di verbena odorosa, bucce di limone ed ortiche; e gli spaghetti aglio, olio e peperoncino con sgombro in carpione, pan grattato, pinoli, cipolla caramellata su salsa di tonno Alalunga.

Proseguiamo con il merluzzo dorato e fritto, servito con l’osso intero, Coulis di agrumi e yogurt di bufala e il filetto di manzo del Beneventano in crosta di pane, mozzarella, guanciale con crema verde e pomodoro piccante.

E’ il momento degli strascinati di nonno Ernesto: il piatto con il quale la famiglia Iaccarino decide di omaggiarmi. Per coccolarmi ma anche per rendermi partecipe della sua storia. Parliamo di una specie di cannelloni “fatti al contrario”: ricoperti di un ragù leggero, mozzarella e basilico. Buonissimi.

Chiudiamo con la piccola pasticceria: assaggini di dolci, quasi interamente al cioccolato e molto molto scenografici.

Le considerazioni finali.

Se vi trovate dalle parti di Napoli, non potete evitare di andare a mangiare da Don Alfonso. Ne vale davvero la pena. Per l’accoglienza, l’attenzione e la qualità dei piatti. In effetti, basterebbe concentrarsi sull’impiattamento o la posateria per capire che si tratta di un ex tre Stelle Michelin. Le coordinate sono esattamente quelle.

A tutto questo, poi, va aggiunta una meravigliosa cantina, risalente ai primi anni del diciannovesimo secolo, che, percorrendo i vari cunicoli in tufo, riempiti, da un lato e dall’altro, di bottiglie, porta a un pozzo. Riserva d’acqua fin dal 1800, oggi è utilizzata dalla famiglia Iaccarino per far stagionare i formaggi. A testimonianza di quanto, da Don Alfonso, nulla sia lasciato al caso.

Voto finale tre barbe e mezzo.

 

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