Il piacere dell’attesa: la mia classifica degli antipasti

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“L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”

 

Gotthold Ephraim Lessing

 

 

Ho sempre pensato fosse Oscar Wilde l’autore di questo meraviglioso aforisma. E invece no. Un po’ come quando citi Dante (ciascun dal proprio cuor l’altrui misura) e qualcuno ti bussa col ditino sulla spalla per dirti che la frase è di Metastasio e tutt’al più il Sommo Poeta l’ha ripresa nel Convivio.

Solitamente sono io. Quello che ti bussa col ditino sulla spalla per riprenderti, intendo.

 

Penso a tutto questo mentre, nell’hall dell’albergo, attendo l’ennesimo taxi che mi porterà nell’ennesimo aeroporto. Aspetto. In fondo non faccio altro, se non scendere e salire scale. Quelle degli aerei e quelle degli hotel. La differenza non è poi molta.

 

Quello che più conta, però, è che io attendo.

Che la camera sia pronta, che il volo parta, che arrivi il giorno della mia prenotazione al ristorante, che i piatti mi vengano serviti e i bicchieri riempiti.

 

Io aspetto.

 

L’insegnamento più bello e importante che mi dato questo roadshow.

Perché in fondo l’attesa, se scevra da aspettative (la vera rovina della vita…) è la parte migliore. E visto che siamo in vena di citazioni, vi posso dire che diversi anni fa qualcuno più affermato di me aveva già fatto questo tipo di considerazione.

 

“Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia:

Diman tristezza e noia

Recheran l’ore, ed al travaglio usato

Ciascuno in suo pensier farà ritorno”

 

L’avete riconosciuta? E’ “Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopoardi. E in poche righe racconta esattamente quello che sto cercando di spiegarvi da qualche minuto. Magari solo in maniera un po’ più nera, visto che il poeta del pessimismo cosmico sosteneva che la gioia si manifesta proprio nell’attesa di un piacere. Effimero e irraggiungibile.

 

Non sono per niente d’accordo. Ad esempio, dopo tutti questi chilometri percorsi, tutti questi ristoranti provati e tutte queste cucine sperimentate, qualcosa l’ho raggiunto. Ho capito l’importanza dell’antipasto.

O amuse bouche, se preferite. Entrée, appetizer

 

Il buon mangiare e il buon bere non vanno semplicemente catalogate nel cassetto delle “belle serate passate in compagnia”.

Anzi.

Ogni pasto è una vera e propria esperienza sensoriale.

Un buon piatto, come un buon bicchiere di vino, non si apprezza solo con il gusto ma anche con l’olfatto, la vista. Volendo il tatto.

Ecco perché l’antipasto è così importante: rappresenta il portale per entrare in un’altra dimensione. Stimola e accende i sensi in attesa (rieccola…) delle portate principali.

Ma a quel punto, il piacere? Che fine fa?

 

Vi lascio con la lista dei migliori antipasti mangiati in questi 4 mesi. Magari avete obiezioni.

 

 

Lasarte – voto 8

 

“Comincio con un pre aperitivo composto da: l’amuse bouche, un anemone di mare in tempura (meravigliosa), un mille foglie di fois gras con anguilla (pelle dell’anguilla caramellata mi conquista) e una spuma di cetrioli, gelato alla liquirizia e spuma di Jalapeno. Qualità dei piatti top!”

 

Geranium – voto 8

 

“Tra gli appetizer quelli che maggiormente attirano la mia attenzione sono due: intanto il “Tomato water, Ham Fat e Aromatics Herbs”. Si tratta di acqua di pomodoro, servita con grasso di prosciutto e erbe aromatiche. Le tre pietanze vengono portate al tavolo separate e devono essere unite prima di mangiarle. Il sapore è davvero intenso e il risultato interessante.

Buonissimo anche “Dillstone Horseradish e Frozen Juice From Pickled Dill”: una ciotola di pietre fredde, sulle quali sono adagiate delle olive fatte di succo di rafano. A parte vengono serviti sottaceti ghiacciati e una crema di yogurt”

 

Cheval Blanc – voto 6

 

L’amuse bouche si dimostra un’ottima entrata: mi piace moltissimo il cannolicchio. Scavato e svuotato, la sua polpa viene lavorata a mo’ di tartare e poi leggermente scottata con il pomodoro e una riduzione di aceto balsamico. Piatto bellissimo a vedersi e anche molto buono”

 

Quique Dacosta – voto 5

 

“L’entrata del ristorante è meravigliosa, molto moderna: due sculture di arte contemporanea mi scortano fino al dehor dove lo staff di Quique mi serve l’aperitivo, facendomi gustare una strepitosa zuppa di peperoncini affumicati e una zuppa di cozze valenciane. Ho l’occhio critico, ormai avete imparato a conoscerlo e il mio sguardo cade subito su un piccolo cortile all’aperto. Ne chiedo lo scopo: mi viene risposto che in estate, quindi con le belle giornate, l’amuse bouche viene servito proprio lì. Peccato essere arrivati solo in primavera…”

 

Akelare – voto 5

 

L’amuse bouche è bella e particolare. Mi colpiscono due variazioni: la prima presenta al centro del piatto quelle che all’apparenza sembrano due olive. Sono invece delle composizioni di jamon iberico e sardine, pietanza tipica di queste parti. Mi viene servito anche del burro di capra su crostini di pane da mangiare al momento e tenere per tutto il pasto. Li assaggio e poi li mando indietro. Sono troppo pesanti: il burro è mischiato al mascarpone”

 

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