Il viaggio continua: ma lontano dall’Europa…

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Me lo chiedo fin da quando sono ragazzino: perché nei film americani, gli attori, dopo un conversazione al telefono, non salutano mai? Come fanno a capire quando è effettivamente arrivato il momento di chiudere la comunicazione? Avete presente? Vi descrivo la scena: il protagonista dell’ennesima spy story prodotta da Hollywood è alla finestra e guarda fuori con aria distratta. Squilla il cellulare. Il nostro poliziotto/agente segreto/uomo della strada che decide di farsi giustizia da solo, prende il telefonino dalla tasca e senza nemmeno vedere chi lo sta cercando, schiaccia il tasto per avviare la conversazione. Dall’altra parte del cavo una voce dice: “John, sono io. So dove sono nascosti”. Fine della telefonata. L’attore alla Tv, per il quale, siamo sinceri, stiamo tifando da almeno un paio d’ore, non fa una piega, un sospiro, non pronuncia una parola. Rimette semplicemente il telefono in tasca e continua a guardare fuori. Scena terminata.

Non un “grazie”, un “ciao”, un soprattutto “chi sei e dove sono nascosti???”. Nulla di tutto questo. E ora non venitemi a dire che non avete mai visto una cosa simile. A me sarà capitato in milioni di film. E ogni volta reagisco in maniera sempre più sorpresa e divertita.

Non so perché ma ci sto pensando da un po’. Almeno da quando, circa tre minuti fa, ho lanciato il mio smartphone sul letto della camera d’albergo dalla quale vi sto scrivendo. Ho guardato il mio telefonino ininterrottamente per 180 secondi. E per 180 secondi, lo stesso, non ha fatto altro che gridare al mondo il segnale di “occupato”. Un suono corto e ripetitivo per comunicare a tutti che la persona che abbiamo cercato non è disponibile oppure che la conversazione precedente è terminata. Il mio caso.

Ho appena concluso una delle chiacchierate più incredibili della mia vita. Che abbia come protagonista il mio editore non mi sorprende, anzi. Mi pare pura normalità. Se foste uno dei suoi giornalisti, mi capireste. Ogni sua telefonata può trasformare le vostre noiose mattinate in ufficio, in giornate indimenticabili. Credo che quella di oggi, sia una di queste.

Rewind: ripartiamo daccapo. Cerchiamo di ricostruire la scena con lucidità. Ero in albergo. Con il computer acceso e un po’ di musica in sottofondo, sistemavo le ultime cose in valigia, in attesa di chiamare il taxi che mi avrebbe condotto in aeroporto e quindi virtualmente alla prossima meta. E’ stato quello il momento in cui il telefono a cominciato a squillare.

– Dottore buongiorno… – esordisco. Non sono un attore americano e soprattutto sono educato.

– Ciao Uomo delle Stelle – risponde lui dall’altra parte – Ho una missione per te –

– Mica saremo in un episodio di Charlie’s Angels – ribatto io ridendo.

– No, ma quasi – continua nello scherzo lui – Ho letto con attenzione i tuoi ultimi blog, sai? Vedo che scherzi parecchio su ferie e vacanze. Messaggio ricevuto: è ora che ti riposi un po’ Uomo delle Stelle. Che ne pensi della Cina? –

– Non credo di aver capito… –

– Te lo spiego meglio: ho deciso che è il caso di dire stop ai ristoranti tristellati europei per un po’. Dedichiamoci a quelli asiatici. Cominciamo dalla Cina. Parti domani: nella casella mail troverai il tuo biglietto elettronico. Ciao, Uomo delle Stelle. O dovrei dire: Nǐ hǎo! –

E poi il segnale “occupato” di cui vi parlavo prima. Oltre che il mio stupore.

Dovrò recensire i ristoranti tristellati cinesi, dunque. E solo per cominciare. Poi toccherà a gran parte dell’Asia.

Non posso crederci. Ma sapete che c’è? Mi piace davvero questa idea: l’Europa cominciava a starmi stretta. Ci tornerò con l’anno nuovo per completare il mio roadtrip. Intanto via: si vola verso l’est del mondo!

Mentre risistemo per la milionesima volta la valigia, qualcuno può avvertire la mia famiglia? Anzi, in sala non c’è mica qualcuno che sa come si dice “Che tempo fa?” in cinese? Mi sarebbe molto utile.

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