Italia-Spagna 0-2: l’impresa della mia Roma in Champions League tiene alto il tricolore. Ma in cucina è tutta un’altra storia…

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Credo di aver perso l’uso delle dita.

Ma non me ne cruccio più di tanto.

In questo momento, la mia mente è equamente divisa tra un qualcosa che è appena accaduto (e a cui stento ancora a credere) e un’urna trasparente contenente quattro palline bianche pezzate da stelle nere.

Ci riprovo.

Ad occhio e croce sarà la quarta volta che tento.

Niente.

Non riesco a telefonare.

Non riesco in nessun modo a comunicare con qualcuno: né scorrendo la rubrica, tanto meno componendo il numero. Che, poi, me ne ricordassi uno almeno. Ho la memoria di un pesce rosso: riesco a tenere a mente solo quello che è successo nei cinque secondi precedenti. Il resto è foschia. Ecco perché prendo così tanti appunti e non mi separo mai dalla mia agenda. Pensate che sul telefonino ho sempre aperto il blocco note: ci segno i luoghi in cui parcheggio la macchina, le cose di cui ho assoluta necessità. Perfino i numeri delle stanze di albergo in cui alloggio: sia mai che tra i fumi della stanchezza dovessi provare a forzare la porta di qualcun altro. Magari confondendo le cifre di questo o quell’hotel, ospitato in questa o quella città.

Ma questo è completamente un altro discorso: dannata abitudine a divagare.

Mi concentro.

Se non posso telefonare, credo di poter avere ancora la capacità di mandare un messaggio. In fondo il pollice opponibile lo possiedo ed è una delle prove, dicono gli evoluzionisti, della differenza netta che esiste tra l’uomo e gli altri animali.

O era il sorriso?

Quanto ho riso stasera? E quanto ho pianto? Quanto ho urlato? Quanto mi sono disperato? Quanto ho gioito? Quanto ho imprecato e quanto, in un momento esatto durato la bellezza di otto minuti più quattro, poi ho pregato?

Impossibile fornire una quantità esatta. So solo che questa nottata rimarrà stampata nella mia mente a lungo. E lo stesso immagino accadrà a tantissime altre persone.

Oggi si è scritta la storia. Una storia il cui capitolo precedente era fermo al 1984: ben 34 anni. Ma quanti sono 34 anni?!

Riesco a riprendere possesso almeno dei polpastrelli. Non male. E nonostante un tremolio incontrollabile, addirittura riesco a rintracciare il nome della persona con la quale provo a comunicare da minuti. Clicco sulla sua foto, apro la finestra della chat piena di conversazioni precedenti e mi preparo a scrivere una frase. Una sola.

“Oh, ma che abbiamo fatto?”

La risposta arriva nel giro di un nano secondo: “Ma che ne so! Ho un infarto in corso. SIAMO IN SEMIFINALE! Ti rendi conto?”

Davanti a me, gli occhi spiritati di un ragazzo di nome Kostas Manolas trasformato rapidamente in divinità greca, rimbalza in continuazione sullo schermo del televisore. Alle mie spalle la finestra aperta lascia entrare spifferi d’aria fredda che cercano, invano, di raffreddare i miei bollori da tifoso.

Roma-Barcellona 3-0. Dzeko, De Rossi e Manolas. Stento ancora a crederci. Controllo il risultato utilizzando ogni mezzo a disposizione. Tutti confermano. E’ vero. Allora non sto sognando…

Chi mi conosce o imparato a farlo attraverso queste pagine, sa benissimo quanto ami il calcio e soprattutto la Roma.

Beh, pensavate che dopo un 3-0 secco al Barcellona, capace di ribaltare addirittura un 4-1 rimediato nella gara d’andata, dimenticassi di dedicare uno dei miei post a questa impresa? Ma nemmeno per idea!

E, infatti, eccomi qui.

Non solo per ricordarvi che la mia Roma ha battuto gli alieni blaugrana del “Mas que un club”, eliminandoli dalla Champions League e accedendo di diritto alle semifinali. Ma anche per dirvi che, nella sfida contro la Spagna, capitan De Rossi e compagni sono riusciti a tenere alto il tricolore italiano. Cosa che ad esempio non è accaduta alla Juventus, protagonista di una meravigliosa partita al Bernabeu di Madrid, conclusa con la beffa di un rigore al 93’, la qualificazione del Real e le parole velenose di Gigi Buffon che ha accusato l’arbitro di “Avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”.

Ricapitoliamo: Quarti di finale di Champions League, Italia-Spagna 1-1. Alle semifinali accedono Roma e Real Madrid. Che vanno a fare compagnia a Bayern Monaco e Liverpool.

E allora mi sono chiesto: e se provassimo a confrontare anche i ristoranti spagnoli e quelli italiani? Chiaramente tristellati e chiaramente già recensiti.

L’ho fatto e il risultato appare schiacciante: gli iberici, oltre a essere più numerosi, sono anche molto più forti. Guardate i match che ho aggiunto più in basso. Non c’è proprio storia.

Se nel calcio riusciamo ancora a tenere botta, in cucina ne abbiamo ancora di strada fare.

Ps. Nel corso di questo anno di viaggio ho mangiato in quattro tristellati italiani e in ben otto spagnoli. Per confrontarli, tra gli iberici, ho scelto quelli che ritenevo più rappresentativi. Gusto personale.

Italia-Spagna 0-2

Massimo Bottura (3 barbe) – Martin Berasategui (3 barbe) pareggio

Osteria Francescana: ordino un menù degustazione della durata di un paio d’ore. Piatti di livello, non c’è che dire, con materie prime ricercate e particolari, ma servite in stoviglie usurate, consumate dal tempo e dai clienti. Non proprio quello che ci si aspetta da un ristorante stellato. 3 barbe.

Lasarte: riassumendo: non mi è piaciuta l’approssimazione del sommelier e la mancanza a fine pasto della classica petite patisserie. Non mi è stato, infatti, servito alcun dolce: solo tre cioccolatini, buonissimi, ma davvero pochi. Mi hanno, invece, soddisfatto alcuni dei piatti che mi sono stati serviti, il servizio di Marianna e i bagni. Lo sapete, ci faccio sempre molto caso: erano puliti, spaziosi e per rinfrescarsi, proponevano numerosi prodotti di Jo Malone, una casa inglese che produce profumi di altissimo livello. Nota positiva in favore di Lasarte… 3 barbe.

Fratelli Alajmo (3 barbe) – Eneko Atxa (4 barbe) 0-1

Le Calandre: nonostante la bella serata e la qualità delle portate, alla fine del pasto la delusione è totale. Gli chef, scostanti e anche vagamente presuntuosi, vengono al tavolo ma non ci invitano ad entrare in cucina per vederla o parlare con la brigata. Un atteggiamento davvero deprecabile, frustrante per un cliente che non solo ha mangiato nel loro ristorante, ma ha anche acquistato diverse cose nel bistrot. 3 barbe.

Azurmendi: Eneko Atxa, ragazzo giovane, spigliato, disponibile e gentile, mi racconta la filosofia di Azurmendi. Il loro amore per le erbe e per la terra basca. Mi presenta poi il suo sous chef, un italiano di Savona, Matteo Manzini, con il quale completo il tour del ristorante. Mi riporta in cucina e soprattutto mi conduce nella serra principale spiegandomene il funzionamento. Al suo interno crescono piante di ogni tipo e si collezionano semi particolarissimi utilizzati per le loro coltivazioni o per coltivazioni che terzi fanno per loro conto. Immaginate che Azurmendi può vantare più di 600 semi differenti, tra i quali spiccano 50 tipologie di fagioli. Pazzesco. 4 barbe.

Fratelli Cerea (3 barbe) – Quique Dacosta (4 barbe e mezza): 0-2

DaVittorio: ripeto ai piatti dei due chef Cerea è impossibile dire qualcosa. Sull’accoglienza, invece, mi sento di prendere posizione. Non mi piace questo atteggiamento rivolto al “tirare a campare” e comunque solo al mero guadagno. Tutti i clienti hanno la stessa dignità e vanno trattati nel medesimo modo. E per una serie di motivi: per educazione, professionalità e soprattutto per non disperdere il meraviglioso patrimonio, culinario e anche di location, che DaVittorio può vantare. 3 barbe.

Quique Dacosta: menzione finale va allo chef, Quique Dacosta: nonostante ventiquattro ore prima fosse in Svizzera, a pranzo avesse cucinato per 40 blogger e fosse addirittura il giorno del suo compleanno, la sera era nel suo locale a presenziare. Abbiamo parlato a lungo, si è lasciato fare mille foto e si è interessato moltissimo al progetto Uomo delle Stelle. Messaggio agli chef italiani, ormai troppo VIP: la classe non si compra. Voto finale: quattro barbe e mezza! Location top, servizio top e cuoco fantastico. 4 barbe e mezza.

Heinz Beck (4 barbe e mezza) – Fratelli Roca (4 barbe e mezza) pareggio

La Pergola: lascio La Pergola soddisfatto: la tristezza per l’addio di Totti torna a farsi sentire, ma sembra ormai essersi incastrata in una piega dell’anima. Quella che si è formata guardando lavorare Heinz Beck nel momento, forse, più difficile della sua serata. Gli errori si possono commettere, l’importante è provare a rimediare agli stessi. Il suo atteggiamento mi è piaciuto davvero molto. 4 barbe e mezza.

El Celler de Can Roca: Dopo aver pagato il conto, visitato una cantina meravigliosa e aver scambiato quattro chiacchiere con Jordi Roca (uno dei tre fratelli è sempre presente durante il servizio), posso chiudere con le considerazioni finali. Se potessi parlare del Celler de Can Roca dando voti separati, assegnerei un 8 alla location, un 9.5 alla cucina e un 7 al servizio. Che cosa mi è piaciuto? Praticamente tutto. Cosa non mi è andato a genio? Il pelo nel piatto e soprattutto la scarsa considerazione delle mie segnalazioni. Voglio credere non sia stata scortesia o mancanza di professionalità ma solo una svista dovuta al troppo lavoro. La sala, infatti, che come vi dicevo può ospitare fino a 45 commensali, era sold out. Voto finale 4 barbe e mezza. Purtroppo non posso premiare i fratelli Roca con 5. Le meriterebbero pure. Ma alcune sbavature vanno riviste.

  

1 Comment

  1. Mariapia Petitto ha detto:

    Questo connubio tra sport e cucina mi ha affascinato molto , nulla è’ mai scontato , e a volte il sottovalutare porta a non migliorare o addirittura cambiare qualcosa .
    Queste realtà nella ristorazione sicuramente insegnano quanto da una ricerca o da una costanza d’impegno si può arrivare ad essere quello che sono .
    Mi è’ piaciuto anche la rigidità di giudizio su alcuni aspetti , che qualcuno avrebbe potuto eclissare , ma invece così facendo si può solo che migliorare .

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