L’Uomo delle Stelle come Rob Gordon di Alta Fedeltà: via alle classifiche!

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“Dovete sapere che la creazione di una grande compilation richiede più fatica di quanto sembri. Devi iniziare alla grande, catturare l’attenzione! Allo stesso livello metti il secondo brano, e poi devi risparmiare cartucce inserendo brani di minore intensità. Eh… sono tante le regole”.

(Alta fedeltà – Nick Hornby)

 

 

 

Non credo sia un caso che proprio in queste settimane, io stia leggendo “Alta Fedeltà”, uno dei capolavori del maestro Nick Hornby.

 

In fondo i suoi libri riassumono, in maniera egregia, tutte le colonne portanti della mia vita: il calcio, la cucina, le donne e… un pizzico di pessimismo. Che in fondo non guasta mai, dai!

 

Confessiamolo a noi stessi: il pessimismo, non quello cosmico leopardiano, ma quello normale, preso a piccole dosi riassunto nella frase “…e ti pare che non succede a me?” lo utilizziamo tutti nella nostra vita. A volte tradendo anche una leggera soddisfazione.

 

Permettetemi il paragone azzardato: il pessimismo è come Max Pezzali. Siamo tutti cresciuti all’ombra del suo sorriso enigmatico, conosciamo a memoria tutte le sue canzoni, neghiamo, ogni volta che ci viene richiesto, di averlo mai seguito e tutti, nessuno escluso, quando sentiamo la radio sputare via alcune note dei suoi brani più belli, non riusciamo a trattenere la frenesia e chiaramente finiamo per cantarne a squarciagola i ritornelli.

Che, poi, datemene possibilità: in fondo noi non siamo dei veri e propri pessimisti. Semmai siamo realisti in un mondo pessimo. Che è ben diverso.

 

Comunque: tutto questo noiosissimo preambolo, in cui ho avuto l’ardire di inserire nello stesso periodo Leopardi, Nick Hornby e Max Pezzali, solo per raccontarvi che giorni infernali sta vivendo il vostro Uomo delle Stelle.

 

Come sospettavo e avevo anche anticipato al mio editore Stefano Cocco, l’idea di visitare 5 ristoranti stellati giapponesi in poco meno di una settimana, non mi avrebbe agevolato nel lavoro. Rischi di mischiare pensieri e considerazioni, oltre che sapori ed emozioni, e quindi di rallentare anche la stesura delle mie recensioni.

 

Ho un difetto: sono un perfezionista cronico. Chissà cosa ne penserebbe un’analista… Se non posso fare qualcosa al massimo delle mie potenzialità, evito di farla e basta. Motivo per il quale ho voglia di prendermi ancora qualche ora prima di raccontarvi degli altri quattro locali nipponici in cui ho mangiato. Ho bisogno di studiare i miei appunti, riguardarmi le foto, i video e di trovare qualche idea carina per poter mischiare il tutto, al fine di dare vita a un qualcosa di esplosivo.

 

Per cui, in attesa di moltissime novità delle quali non vedo l’ora di parlarvi (mi sa che almeno per il 2017 non tornerò in Europa, no no…), oggi ho deciso di inaugurare una nuova rubrica del mio spazio. Si tratta de: “I migliori dieci…”.

 

Esattamente come faceva Rob Gordon, protagonista di “Alta Fedeltà” che amava scadenzare la sua vita a suon di classifiche e compilation, anche io ho deciso di stilare le mie personalissime graduatorie.

 

Si parte dalle “Le migliori dieci location”: chiaramente dei locali che ho visitato in questi mesi. Siete d’accordo o avete altro da aggiungere?

 

 

 

 

1. La Pergola:Se la terrazza, che ha come scenario il meraviglioso skyline romano, appare pazzesca, l’interno de La Pergola, forse, è ancora più bello. Lo staff è preparato, di lusso ma anche cordiale. Si respira una certa simpatia nell’aria, di una tonalità giusta, mai eccessiva. Particolare che, come sapete, mi piace particolarmente”.

 

2. La Vague d’Or: In attesa di ordinare mi guardo intorno. Le tovaglie sono bianche. Belle, profumate, pulite. Ogni dettaglio non è lasciato al caso: il tovagliolo, arrotolato in un ferma-tovagliolo con le effigi del ristorante. Le candele, l’acqua in un cestello di ferro, i bicchieri, una scultura a forma di medusa. Tutto profuma di raffinatezza”.

 

3. Joël Robuchon au Dôme: La sala che mi si para davanti, non appena faccio il mio ingresso nel ristorante, è meravigliosa e d’effetto: interamente a vetri, permette una vista fantastica. L’atmosfera è quella che ti aspetti: tutta eleganza e lusso, fin troppo francese. Per niente adatta ai gusti cinesi”.

 

4. Pierre Gagnaire: “La sala è spaziosa, per quanto non sia elegantissima. L’arredamento etnochic denota gran gusto. Ne apprezzo igiene e pulizia. In fondo c’è la cosiddetta wine cellar: un’intera stanza dedicata al vino, dove vengono conservate circa 1500 bottiglie, quelle necessarie al servizio. Le due cantine di proprietà di Gagnaire, invece, sono dislocate in altre zone di Parigi: al loro interno più di 5000 etichette, in gran parti francesi e in particolare di Bourgogne, vengono fatte invecchiare in attesa del momento in cui verranno servite. Una meraviglia”. 

 

5. Cheval Blanc: “All’ingresso dopo aver superato un’enorme reception e una grandissima sala da ballo, arrivo finalmente nel ristorante: piccino, così come la cucina, potrà ospitare un massimo di 25 commensali. Molti dei quali sono clienti dell’hotel. Una facciata della sala è esposta sul fiume Reno: mi lascio rapire dallo spettacolo di colori, dall’acqua che tranquilla scorre lungo il suo letto, sapendo perfettamente dove andare. Le luci sono soffuse, sui tavoli campeggiano meravigliosi candelabri a cinque braccia che illuminano quasi per intero stoviglie e bicchieri. Mi pare un peccato: i piatti di Knogl sono famosi per essere molto colorati. Ho paura di non poterli apprezzare pienamente. Mi concentro sulle tovaglie e le posate: tutto è un susseguirsi di bianco e oro. Forse proprio per dare maggiore risalto alle portate”.

 

6. Alain Ducasse at the Dorchester: “Quello che colpisce subito dell’Alain Ducasse è la meticolosità: nulla è lasciato al caso. Le stoviglie, le tovaglie, i bicchieri sono identici in ogni ristorante dello chef francese. Che ci si trovi a Parigi, Monaco o Londra. Il white, riscontrabile in ogni angolo della sala, dà una sensazione di freschezza e pulizia”.

 

7. Akelare: “Chiaramente siamo in primavera ma sedendomi al tavolo non posso fare a meno di ruminare questo ritornello. Sarà per la vista che mi si para davanti: splendida. Descriverla come onirica sarebbe un semplice eufemismo. Di fronte ho una meravigliosa vetrata e un panorama incredibile: nonostante sia sera si vede lontanissimo e la mia mente vola tra terre e promontori. E’ solo il preludio a quello che mi aspetta: Akelare è di gran lunga il miglior ristorante tre stelle Michelin che ho visitato in tutto il mio road show. Sia dal punto di vista culinario che da quell’estetico”.

 

8. Quique Dacosta: “L’entrata del ristorante è meravigliosa, molto moderna: due sculture di arte contemporanea mi scortano fino al dehor dove lo staff di Quique mi serve l’aperitivo, facendomi gustare una strepitosa zuppa di peperoncini affumicati e una zuppa di cozze valenciane. Ho l’occhio critico, ormai avete imparato a conoscerlo e il mio sguardo cade subito su un piccolo cortile all’aperto. Ne chiedo lo scopo: mi viene risposto che in estate, quindi con le belle giornate, l’amuse bouche viene servito proprio lì. Peccato essere arrivati solo in primavera…”

 

 9. Vendome:L’Hotel Schloss Bensberg si trova all’interno di un castello del XVII secolo, progettato e realizzato da un architetto veneziano. All’ingresso si viene accolti da giardini immensi e da una fontana fantastica. L’entrata di Vendome, molto semplice, è più isolata. La sala, raggiungibile dopo aver superato una piccola reception, non è molto ampia: potrà contenere un massimo di 8 tavoli e non più di una trentina di commensali. Praticamente lo stesso numero di ragazzi di cui si compone la brigata in cucina. Il regno di Wissler è diviso in due parti: il piano superiore, utilizzato per la rifinitura dei piatti e quello inferiore dove invece viene effettuata la preparazione del servizio”.

 

10. Bo innovation:La sala, introdotta da un angolo cocktail (buio e vintage ma ricco anche di drink molto raffinati), può contenere al massimo una quarantina di commensali, disposti in tre sale. Da ogni seduta è possibile guardare la cucina, angolare e tutta a vista”.

 

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