La estrella italiana… a casa Berasategui

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Certo che la vita è proprio strana!

Questo è il più grande insegnamento che mi sta impartendo il mio e nostro viaggio.

Solo una settimana fa era coperto fino al collo per difendermi dal freddo di Megève e dalla neve del Monte bianco. Ora sono a Barcellona in una giornata talmente tanto calda da sembrare estiva. Da farmi venire voglia di togliermi la giacca e restare in maniche di camicia.

Atmosfera perfetta per immergermi nel mondo dello chef: Martin Berasategui. Il suo ristorante, Lasarte, si trova in centro a Barcellona, in Carrer de Mallorca, una delle vie più eleganti della metropoli iberica. Pulita, spaziosa e bella: una di quelle che gli spagnoli scelgono per fare shopping.

L’entrata di Lasarte è molto semplice, a tratti, forse, anche anonima. Due vetrine scure, una porta d’ingresso e una sola insegna.

Il locale, nel quale vengo introdotto attraverso una piccola ma gentilissima reception, si compone di 65 posti. L’arredamento, benché dia una sensazione di comodità e sicurezza con i suoi tavoli quadrati e le sue sedie molto spaziose, appare impersonale. Tutto il locale, infatti, è fatto di legno e ferro. Perfino il controsoffitto, ondulato, si costituisce dello stesso materiale. 

Dopo essermi accomodato, il primo che mi viene incontro è il sommelier: giovanissimo, mi sembra troppo approssimativo e semplice. Mi propone un solo vino, mi scaraffa l’acqua in un angolo del locale senza parlarmi di cosa sto bevendo. Nota stonata che purtroppo sembra ripetersi in ogni ristorante che vado a visitare…

Per fortuna il servizio si riprende grazie all’intervento di Marianna, una cameriera italiana, di Ascoli, che dotata di un sorriso e un’affabilità strepitosa, capisce subito le mie esigenze e mi conduce attraverso il pasto con una grazia innata.

Questa volta decido di optare per il menù alla carta, invece della solita degustazione. Comincio con un pre aperitivo composto da: l’amuse bouche, un anemone di mare in tempura (meravigliosa), un mille foglie di fois gras con anguilla (pelle dell’anguilla caramellata mi conquista) e una spuma di cetrioli, gelato alla liquirizia e spuma di Jalapeno. Qualità dei piatti top!

Proseguo con un uovo con capasanta, spuma di topinambur e croccante di aglio nero a decorare, insieme al torlo d’uovo affumicato e lasciato intero. Un esplosione di sapori che mi ha davvero conquistato.

I piatti successivi, invece, non mi danno grande soddisfazione: la Presa Iberica, ovvero la schiena del maiale lavorata a mò di carpaccio, mi viene servita con delle ostriche fatte a dadini e molto speziate. Non capisco il piatto, non mi piace: mi sembra impossibile distinguere le varie fragranze consistenze.

Discorso simile per la Lepre Royal: una lepre disossata, riempita con fois gras e servita a medaglioni. Abbondante, insipida e stoppacciosa. Da bocciare.

A fine pasto, come sempre, ho modo di recarmi in cucina e rimango affascinato dall’executive chef: Paolo Casagrande. Un italiano (come tanti a Lasarte), persona strepitosa ed emozionata quanto me, mentre gli parlo del mio progetto e del nostro viaggio. Casagrande decide di spiegarmi il funzionamento della sua “officina”: divisa in due parti, quella calda e quella fredda per l’organizzazione del lavoro ma anche per la temperatura. E mi mostra, in alto, una sala privata a vetri con un tavolino da sei. E’ quello dove mangia Berasategui quando è a Barcellona, in modo da poter controllare il funzionamento della sua cucina, anche se a distanza.

Riassumendo: non mi è piaciuta l’approssimazione del sommelier e la mancanza a fine pasto della classica petite patisserie. Non mi è stato, infatti, servito alcun dolce: solo tre cioccolatini, buonissimi, ma davvero pochi. Mi hanno, invece, soddisfatto alcuni dei piatti che mi sono stati serviti, il servizio di Marianna e i bagni. Lo sapete, ci faccio sempre molto caso: erano puliti, spaziosi e per rinfrescarsi, proponevano numerosi prodotti di Jo Malone, una casa inglese che produce profumi di altissimo livello. Nota positiva in favore di Lasarte

 

Voto finale: 3 barbe

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