La Yeon, mangiare ammirando lo skyline di Seoul

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– Hai fatto solo il tuo dovere –

– Non ti adagiare sugli allori –

– Tieni un low profile –

– Vola basso –

Ecco. Soprattutto “vola basso”. Quante volte me lo sono sentito ripetere: in famiglia, a scuola, tra gli amici, a lavoro. E quante volte mi sono irritato. Innervosito. Demoralizzato. Tra le mille sfaccettature della natura umana quella di sminuire gli altri, a parole o con gli atteggiamenti, è quella che capisco meno. E che ha il potere, duplice, di affossarmi da un lato e irritarmi dall’altro. Perché non accettare i meriti di chi li ha? Perché schiacciare in questa maniera un ragazzo, o peggio ancora un bambino, nel pieno della sua crescita psico-fisica? Ma se qualcuno è bravo in qualcosa, peggio se ancora adolescente o giù di lì, non sarebbe il caso di riconoscerglielo? Magari invitandolo a mantenere, comunque, i piedi per terra che, come cantava un mio amico musicista, “non è il volare in alto/ma farlo a lungo/la cosa dura”.

Io ragiono così. E questo, ne sono consapevole, è un pensiero rivolto più agli altri che a me stesso. Ho sempre avuto chiaro in testa il mio percorso. Ho sempre saputo che non sarei divenuto un nuovo Gaetano Scirea o un moderno Paul McCartney. Come sono sempre stato consapevole di quali fossero i miei pregi e i miei difetti. Non tutti, però purtroppo, ragionano così: quanti novelli David Bowie, Pablo Picasso o John Fante (aggiungerei anche un Paul Bocuse, per par condicio con la cucina) abbiamo perso o non abbiamo mai visto sbocciare, perché qualcuno ne ha demolito la personalità in nome di un’invidia travestita da falsa modestia? Tantissimi. Senza contare quelli che non possono esercitare la loro Arte, perché impegnati in lavori “veri” che servono a portare i soldi a casa. Ma questo è tutto un altro discorso.

“Vola basso”.

Chissà cosa penseranno ora, tutti quelli che mi hanno detto questa frase. Sono in alto. Molto in alto. Precisamente al ventitreesimo piano del The Shilla Hotel: una delle strutture alberghiere più importanti di Seoul. Sono ancora in Asia, chiaramente. E sto per mangiare a La Yeon, ristorante Tre Stelle Michelin che propone una cucina a metà tra la cultura coreana e quella francese.

Che ci sia una grandissima influenza transalpina lo si può notare da moltissime cose: innanzitutto dall’eleganza della mise en place e poi anche dalle proposte della cantina. Entrando nel locale, infatti, la prima cosa che salta agli occhi sono dei frigoriferi, all’interno dei quali sono contenute gran parte delle bottiglie che vengono utilizzate durante il servizio. Tra queste ce ne sono alcune refrigerate di Romanée-Conti che è possibile degustare anche alla mescita. Il ragionamento nasce spontaneo: questo sta a significare che, ogni giorno, ci sono almeno sei o sette persone (il numero di bicchieri per ogni bottiglia) che decidono di pasteggiare con queste preziosissime etichette. Segno di una clientela di altissimo livello.

In attesa di ordinare, mi perdo nell’ammirare la vista che il The Shilla Hotel mi regala con Seoul libera di stagliarsi in tutta la sua magnificenza (lo sapevate che la città sud-coreana è la più popolosa al mondo nel rapporto metri quadri-cittadini?). Sulla sinistra c’è una collinetta sulle pendici della quale si intravede un muro. Si tratta del Seoul City Wall, una “recinzione” costruita nel 1396 (dinastia Joseon), lunga quasi 19 chilometri, che designava i confini della città che ai tempi veniva chiamata Hanyang. In origine il muro, soprannominato Hansung, si estendeva tra le creste delle quattro montagne che avvolgono Seoul: Baegaksan, Naksan, Namsan e Inwangsan. Ora, chiaramente, questo patrimonio dell’umanità è stato rovinato dai secoli e dalle intemperie ma ancora se ne può ammirare la bellezza anche grazie ai numerosi e strepitosi lavori di ristrutturazione.

E’ il momento di concentrarsi sul motivo principale della mia visita a Le Yeon: il menù. Opto per il The Propriety composto da otto portate compresa l’amuse bouche e il dessert.

Ci lego, per iniziare, un bicchierino (30 ml) di Sa Si Tong Eum Ju: un vino di riso che non trova un buon abbinamento con… il mio palato. Lo sento troppo aspro e inadatto a preparare le mie papille gustative ai piatti che sto per degustare. Sicuramente un problema mio e delle mie abitudini enoiche.

Apriamo con l’Appetizing Nibbles, una ciotola ripiena di chips di mele essiccate e croccanti, e con il Welcome Dish: una passata di datteri e castagne, rifinite con tartufo bianco e nocciole sbriciolate. Davvero un ottimo ingresso.

Proseguiamo con il polpo marinato e refrigerato, servito con gelatina di soia al gusto di yuzu e cavolo tritato. Anche su questa portata davvero nulla da eccepire.

Assaggio il merluzzo saltato in padella con farina e uova e, finalmente, posso gustarmi una delle mie carni preferite: il Wagyu. Se dovessi valutarlo su una scala di giudizi che ha come termine più alto il 10, non potrei dargli meno di sette. E’ vero: il manzo appare molto grasso ma questa è una delle sue principali (e migliori) qualità. In più devo ammettere che la carne era cotta davvero in maniera esemplare: scottata alla perfezione, croccante fuori, viene accompagnata da due tipi di sale (di mare e di montagna) e da un ottimo cipolotto. Pasteggio con un bicchiere di Vosne-Romanée di Bouchard Père&Fils: parliamo di un rosso francese (prodotto in Borgogna) morbido, discretamente acido e con un lunghissimo finale. Al gusto le note più evidenti sono quelle legate ai frutti rossi come fragola e ciliegia con delle leggere venature di cuoio e tabacco. 

Dopo essermi “pulito” la bocca con una bella insalatina, arriviamo al vero piatto coreano di giornata: riso con verdure e tartare di manzo. Questa è una delle pietanze della tradizione di Seoul: si presenta come un insieme di recipienti, il cui contenuto deve essere mischiato al riso e poi mangiato. Troviamo due tipi di salsa di soia (piccante e dolce), il lemongrass marinato e delle alghe. Anche in questo caso i sapori mi travolgono, regalandomi un momento di grande piacere.

Nonostante in Corea del Sud, in questi giorni dell’anno, sia praticamente autunno (una sorta di ottobre italiano), i dolci non rispettano la stagionalità. Almeno in parte: se non consideriamo le castagne o i datteri, infatti, i dessert sono tutti preparati con una base di fragola. Abbiamo gelato alla fragola, zucchero croccante alla fragola, composta di fragola e infine un tè rosso, accompagnato da due biscottini tipici al miele. 

Come commentare questa esperienza a La Yeon? Sicuramente in maniera positiva. Il ristorante ospitato all’interno del The Shilla Hotel è davvero molto bello: il panorama è probabilmente il fiore all’occhiello di questo locale che risulta un po’ caro (come tutti i ristoranti di un certo livello a Seoul) ma, comunque, anche molto piacevole. La Yeon possiede un livello di lusso, classe e stile davvero incredibile. In più l’effetto “fusion” tra la cucina coreana e quella francese denota un’eleganza invidiabile e fuori dal comune.

Voto finale: tre barbe e mezzo.



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