Non ce la faccio: anche in vacanza non posso evitare di lavorare. Pronti alle mie recensioni sui tristellati newyorkesi?

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“(…) Non ce la fanno

i belli non resistono,

sono le farfalle,

sono le colombe,

sono i passeri, non ce la fanno.

Una lunga fiammata mentre i vecchi giocano a dama nel parco”

 

(Che te ne fai di un titolo? – Charles Bukowski)

 

 

E’ inutile. Non ce la faccio: è più forte di me. Non riesco a impedirmelo. Me ne faccio niente della compiutezza. Delle vacanze, del relax, del riposo, dei libri. Della musica che mi piace ascoltare seduto in un posto che mi piace vivere con davanti agli occhi le pagine che mi piace leggere.

Io devo lavorare. 

Non fraintendetemi: non è una questione di mancanze. Qui tutto è perfetto. Oddio, forse a ragionarci bene bene non proprio tutto. Qualcosa necessita. Qualcosa preme al di sotto dello sterno per trovare una via d’uscita. Non posso ignorare questo bisogno spasmodico e a volte trascinante.

Io devo lavorare: conoscere persone nuove, nuove culture, nuovi ristoranti, nuovi cibi e nuovi vini.

Che, poi, direte voi, ma che è un lavoro vagabondare per i migliori locali del mondo per provarne i menù? Sì, rispondo io. Il lavoro migliore del mondo. Quello che, con mia grande fortuna, mi permette di esistere. L’unico che potrei fare nella vita.

Mi spiego meglio: dopo mesi di trattative finalmente sono riuscito a strappare qualche giorno di vacanza al mio editore, Stefano Cocco. Nulla di incredibile, intendiamoci. Una settimana, da passare ovunque la mia fantasia mi spingesse. Con due concessioni maestose: la deroga sull’ultimo blog “giapponese” (vedrà la luce ai primi di gennaio, non abbiate paura) e soprattutto un meraviglioso gioco di parole. La possibilità dell’irreperibilità.

Bello, eh? A chi capita ormai? Siamo tutti perennemente iperconnessi, fin troppo aperti al mondo, raggiungibili in ogni angolo del globo terracqueo. “Questa volta non capiterà. Sarò bravo: saprò riposarmi” mi ripetevo preparando l’ennesima valigia. Questa volta piena non solo di oggetti, ma anche di uno stato d’animo completamente diverso. Felice direi. Rilassato quasi.

Niente di più lontano dalla verità…

Ho farcito il mio fedele trolley di libri, ho raccolto i vestiti più pesanti che ero in grado di portare con me e dal Giappone ho preso il primo aereo disponibile per gli Stati Uniti. Destinazione New York.

Sognavo di festeggiare il Natale e il nuovo anno camminando lungo il Ponte di Brooklyn, di passeggiare lentamente a Manhattan solo per mettermi in contrapposizione ai ritmi forsennati degli uomini di affari a stelle e strisce. Bramavo giramenti di testa sotto l’Empire State Building, piegando la testa all’indietro per guardarne meglio il punto più alto. Foto ai piedi della Statua della Libertà, partite di NBA a regalarne (che malattia lo sport per me…)

Nulla di tutto questo. Ho fatto appena in tempo ad arrivare a Central Park,  scegliere la panchina a prima vista più comoda e ad aprire uno dei libri che avevo scelto come compagnia durante il viaggio. Una raccolta di poesie di Charles Bukowski. E’ stato sufficiente leggere la prima: “Non ce la fanno i belli muoiono giovani e lasciano i brutti alla loro brutta vita”.

Non sono riuscito ad andare oltre: ho preso il mio fedele smartphone e in meno di un’ora ho prenotato in tutti i ristoranti tristellati newyorkesi in cui sono riuscito a trovare posto. Non avendo l’aiuto della redazione di So Wine So Food, abilissima in questo tipo di attività, qualche locale l’ho “bucato”. Ma, comunque, in soli sessanta minuti sono riuscito a ristabilire il giusto livello di felicità e serenità nel sangue.

Poi ho composto un numero. Quello dell’editore.

 

– Stefano non ce la faccio: posso mandarti un po’ di recensioni anche da New York? Sarà divertente! –

 

Silenzio dall’altra parte del cavo. E poi una risposta: decisa. Lapidaria.

 

– Tu sei tutto scemo… –

 

Non posso negarlo. Ma chi se ne frega.

Pronti a sapere come si cucina nei ristoranti tristellati newyorkesi?

 

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