Orana, una delle esperienze culinarie migliori di sempre

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Non credo di aver fatto altro nella vita.

O comunque poco altro che mi appassionasse così tanto.

Che mi interessasse davvero.

Parlo della scrittura. Di quella strana e incomprensibile magia che si crea ogni qualvolta tento di legare una parola ad un’altra.

In alcune occasioni, ho la precisa sensazione di essere nato per fare nient’altro che questo. In fondo scrivo da quando ne ho memoria. Addirittura prima di imparare le regole basilari della grammatica. Probabilmente anche prima di conoscere le lettere dell’alfabeto.

Da bambino inventavo storie strampalate, fantasiose. Piene di personaggi, intrecci, creature fantastiche, alieni, intrighi internazionali. Ero un bimbo dell’asilo che dalla sua aveva solo una grande fantasia e una mamma molto attenta. Divertita dalle frasi che il figlio le dettava affinché le fissasse su un foglio.

Poi, chiaramente, sono cresciuto. Ho preso possesso della lingua. Mi sono appassionato a tutto quello che ruotava attorno alla letteratura, alla poesia, alla musica. Mi sono affrancato ed emancipato. Ho finito gli studi. Mi sono lasciato trascinare dalla vita vera. Ho dovuto rimboccarmi le maniche e trasformarmi nel mio più grande sostenitore. Se non avessi creduto da solo nelle mie capacità, chi lo avrebbe fatto?

Ho sorriso, pianto, gioito, sofferto. Ho temuto mille volte che il cuore mi andasse in pezzi. E di contro, con superficialità e un pizzico di ingenuità, ne ho mandati in frantumi a decine. Ho conosciuto tante persone, mi sono circondato di moltissimi amici. Tanti sono ancora qui, accanto a me. La maggior parte, invece, è scivolata nel dimenticatoio. In un luogo molto simile al nulla de “La Storia Infinita”.

E comunque, mai, nemmeno una volta, mi sono dimenticato di appuntare le mie emozioni. Inizialmente sul classico diario di scuola. Poesie, più che altro. Nemmeno troppo originali e dalla metrica rivedibile. Poi pensieri, riflessioni, mini narrazioni. L’approdo nel mondo dei blog, ad inizio anni 2000, fu una semplice conseguenza. E, nonostante i miei racconti fossero scontati e per niente divertenti (pur ricercando una forma di comicità che non ho mai avuto), devo dire che erano diversi i frequentatori della mia pagina virtuale. Nulla a che vedere con il seguito che ha oggi, grazie a voi, l’Uomo delle Stelle. Numeri che, comunque, non sarebbero stati da sottovalutare. E che io, chiaramente, da studentello poco più che ventenne, nemmeno tenevo in considerazione.

Smisi di aggiornare il mio blog in una fredda serata di gennaio. In seguito ad una litigata con la mia fidanzata dell’epoca. Aveva letto il racconto delle mie vacanze estive. Attrice una ragazza conosciuta all’Isola d’Elba, protagonista del classico amore al sapor di salsedine, dotato di data di scadenza. Non fu tanto quel sentimento veloce e fugace come una bibita fredda a far innervosire la mia fidanzata. Quanto più l’etichetta con la quale lo avevo classificato: “Il più bell’abbraccio di sempre”.

– Come fai a dirlo? – mi urlò in faccia la moretta dagli occhi grandi, con cui facevo coppia ormai da qualche mese.

– Lo dico, perché fino a quel momento lo era. Poi ho conosciuto te… – provai a giustificarmi utilizzando tutta la mia furbizia. Non bastò. Salutai il blog e anche l’adolescenza. Imparando che le espressioni “mai” e “sempre” devono essere usate con grande parsimonia.

Immaginate, quindi, quanto sia difficile per me pronunciare la frase: “…una delle più grandi esperienze culinarie di sempre”. Lo faccio con difficoltà e reticenza.

Non posso esimermi dal farlo oggi, parlando di Orana, il ristorante di chef Jock Zonfrillo.

Sono ancora in Australia, per la precisione ad Adelaide, quinta città più popolosa del paese. Qui al 285 di Rundle Street (strada anonima e anche abbastanza brutta) ha sede il locale di un cuoco che non si fa fatica a definire visionario. Di origini italo-scozzesi ma ormai australiano d’adozione, Zonfrillo promuove una cucina unica. Ha vissuto a lungo tra gli aborigeni per capire cosa mangiassero e attraverso quali tecniche di cottura. Poi, dopo aver accumulato un bagaglio a suo parere sufficiente, è tornato al ristorante, per mettere in pratica quanto imparato e dare vita ad una cucina particolare. Impossibile descriverla con il termine fusion: sarebbe riduttivo.

Se i piatti di Zonfrillo appaiono pazzeschi per preparazione e gusto, lo stesso non si può dire della location. Rivedibile. Così come i bagni, più degni di uno stabile che di un locale di questa qualità.

Non esiste un menù da Orana. Quando, infatti, le due ragazze che lavorano in sala (più lo chef che fa spesso il suo passaggio tra i commensali…) si avvicina al tuo tavolo non devi far altro che comunicare le tue allergie o intolleranze e chiedere loro di poter cominciare un percorso enogastronomico. Al resto pensa la brigata, composta da cinque o sei persone, pronta a lavorare in una cucina a vista della grandezza di una ventina di metri quadri. Il pasto viene interrotto solo da una richiesta esplicita dell’ospite: si potrebbe andare avanti all’infinito, aiutati anche dalle porzioni servite nei piatti. Molto simili alle tapas spagnole.

Si comincia con il Potato damper with roast lamb butter: in un contenitore di ghisa, ricolmo di carbone ardente, sono poggiate, infilzate in due rami di mirto australiano, due crocchette di pane di patate. Lasciate a cuocere mentre si degusta il burro al sapore di agnello e un succo di noce di macadamia. L’effetto è meraviglioso. Superato solo dal sapore. 

Pasteggio con un vino locale e biodinamico: un Borachio Gold Tooth. Costituito da tre parti di Chardonnay e due di Sauvignon, si sposa bene con ogni tipo di pietanza. Il matrimonio ideale, però, è quello con il pesce che lo rende un vino estivo molto ricercato. 

Continuiamo con le portate: il Port Lincoln squid, dry aged beef, finger lime & beach succulents. Calamaro dentro a una ciotolina con piante grasse, un bel cucchiaio in plastica e un altro piatto meraviglioso con al suo interno sassi e conchiglie. Oltre a due ostriche del posto.

Continuiamo con la portata successiva: servita in un tubo di argilla (i piatti di Orana sono tutti splendidi) c’è della pancetta e una tortina di patate. In un altro contenitore, simile a un corno scavato, c’è invece la pelle di canguro soffiata.

E’ il momento dello Spencer Gulf prawn roti: un gambero soffiato con accanto una salsa e poi una pasta sfoglia. Le pietanze vanno mangiate insieme, come fossero un panino.

Poi lo Smoked bunya cheese, Moreton Bay fig shoot & burnt coconut: protagonista del piatto un formaggio affumicato, prodotto da un agricoltore indigeno. Poi foglie di cocco, acqua di cocco e alcune piantine molto resinose.

Altro piatto perfetto nella sua composizione è il Soup Soup – Snapper with Australian botanicals: parliamo di un tubero australiano, tagliato a fettine e ripiegato a forma di mini coni, legati tra loro per costruire una semisfera. Dentro ogni triangolino c’è un succo d’anatra e di limone per dare acidità. Pietanza incredibile.

Proseguiamo con del pane (una pagnottina ai cereali fatta in casa) da gustare con un burro affumicato al limone. Poi il crub, il granchio, condito con bacche simili a ciliegie, yogurt, cocco sminuzzato a guarnizione e un gelato allo yogurt.

Chiudiamo con un pesce della famiglia del merluzzo, servito con foglie di eucalipto e porro e il canguro brasato, con alla base una purea di patate affumicata e uno strepitoso sughetto realizzato con delle bacche.

Prima di passare ai dolci, c’è tempo ancora per un sorbetto, realizzato con un miele locale e le noci di macadamia e infine un classico petit four

In conclusione posso ribadire come l’esperienza enogastronomica vissuta da Orana sia stata una delle migliori della mia vita. Ottima la cantina, fantastico il servizio e strepitosa la cucina. Il voto, quindi, non può che essere altissimo. Gli avrei anche dato le cinque barbe piene se non fosse che la location non mi ha affatto convinto. Così come l’atteggiamento dello chef, che ha passato l’intera serata al tavolo di alcuni suoi amici, ignorando gli altri commensali. Tra i quali, il sottoscritto.

Si può crescere.

Voto finale: quattro barbe e mezza.

  

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