Riecco le classifiche: i 10 migliori servizi del mio road trip!

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Pensate al vostro partner. Pensate ai motivi per i quali lo avete scelto. La bellezza? Chiaramente. Passioni in comune? Certo. Alcuni lati del carattere? Senza dubbio. Ma una delle caratteristiche, sono sicuro, per le quali avete deciso di condividere la vostra vista proprio con lui o lei e con nessun’altro è da ricercarsi nei modi.

Ne convenite?

C’è chi ha bisogno di essere trattato dolcemente. Chi, invece, ha la necessità di rimanere sempre sulla corda. Chi deve essere sempre e comunque sostenuto. Chi, ancora, ama stare in guerra in continuazione. Perché fare pace è bello. Ritrovarsi anche. E i lieto fine piacciono a tutti.

Discorso simile per i ristoranti. Specialmente se inseriti nella Guida Michelin e insigniti delle prestigiose Tre Stelle. Non esiste la genialità dello chef, non esiste la qualità delle materie prime, non esiste nemmeno l’enorme conoscenza del sommelier se la sala non funziona come dovrebbe.

Pensateci: anche se le pietanze sono ottime, anche se il vino è superlativo e ottimamente scelto per il cibo che si sta per mangiare, anche se l’impiattamento è capace di lasciare a bocca aperta, se i piatti vengono serviti da uno staff maleducato, rumoroso o anche peggio distratto, il vostro giudizio verterà più su questo ambito che sul resto.

Personalmente faccio molta attenzione alla qualità del servizio. Non solo mi preoccupo dei maître ma studio anche i ragazzi in sala, i camerieri. Ne valuto i movimenti, ne testo anche la conoscenza del locale, della sua storia e di quello che propone. Addirittura cerco di calcolarne l’età: uno staff maturo è quasi sempre sinonimo di esperienza e dunque di riuscita del lavoro. Di contro trovarsi a che fare con ragazzi giovani, magari stagisti, ai loro primi servizi, rischia di compromettere la riuscita di qualsiasi pasto.

Ecco perché oggi vi propongo questa classifica: la lista dei dieci migliori servizi che ho incontrato durante il mio road trip. Li ho selezionati a memoria: ho scavato nei miei ricordi e ho scritto i nomi dei ristoranti, elencandoli dal migliore al peggiore, prima di andare a consultare le recensioni. E quindi prima di controllare i voti finali che come sapete esprimo in barbe.

Devo dire che le mie valutazioni a caldo hanno collimato perfettamente con quelle stratificate in una memoria messa sempre di più a dura prova.

Di seguito i miei giudizi: che ne dite? Si sposano anche con le vostre idee?

 

1. The Fat Duck (Bray – Inghilterra)

All’arrivo è proprio Melissa a fare gli onori di casa: mi saluta, mi accompagna al tavolo e mi spiega in che tipo di avventura mi sono andato a cacciare. Al The Fat Duck un pasto dura la bellezza di almeno cinque ore. Attraversa ogni momento della giornata: dalla colazione alla cena in sette tappe. Sono elencate all’interno di una mappa, simile a quelle con cui si va alla ricerca di un tesoro, che mi viene fornita non appena arrivato. Si gioca. Si gioca molto al The Fat Duck. Si gioca a mangiare per essere chiari. Alcune scritte sulla mappa, ad esempio, sono stampate in caratteri piccolissimi. Nessun problema: sul tavolo c’è una lente di ingrandimento, stile Sherlock Holmes, che serve a sedare ogni tipo di curiosità.

“Che prende per colazione?”

La voce di Melissa mi riporta alla realtà: sarà così per tutta la giornata. Al momento dell’ordinazione, infatti, mi viene sempre chiesto cosa ho voglia di mangiare per pranzo, per merenda o per cena. Lo trovo fantastico e divertente.

 

2. Quique Dacosta (Denià – Spagna)

 Al tavolo mi accoglie il maître: personaggio pazzesco, si chiama Didier. E’ un francese di Nizza, pronto alla battuta e molto navigato: ha già lavorato in altri ristoranti importanti. Mi propone due menù: “universo local”, dove chef Dacosta accoglie i suoi piatti tradizionali, classici e storici e “DNA alla ricerca”, dove, invece, lo chef esprime il suo modo di concepire la cucina di oggi. Opto per il secondo. Nonostante il sommelier mi proponga una enorme varietà di vini, li rifiuto tutti. Voglio gustarmi lo champagne che mi è stato offerto appena seduto al tavolo. Mi guardo intorno: è sera, chiaramente si serve la cena, e non ci sono moltissimi commensali. Il ristorante può accoglierne una cinquantina. Un particolare mi colpisce: la metà dei tavoli è composta da italiani. Mi chiedo quanto la comparsata di Quique Dacosta a Masterchef abbia influito in questa cosa. Non ho tempo di ragionarci perché lo chef mi accoglie con un gamberone che Didier, il maître , mi spiega essere dolce perché cresciuto non troppo in profondità e quindi con poca pressione dell’acqua. Trovo squisita la descrizione e ottimo il servizio. Sarà così per ogni piatto: alla fine le portate saranno 21. Didier danza tra i tavoli nemmeno fossimo alla prima del “Lago dei Cigni” di Čajkovskij.

 

3. Le Pre Catelan (Parigi – Francia)

Frederic Anton, l’attuale cuoco, è stato scelto nel 1997. La seconda stella è arrivata due anni dopo, la terza nel 2007, due lustri dopo il suo ingresso a Le Pré Catelan. Volto famosissimo della Tv perché membro della giuria dell’edizione francese di  MasterChef, ha un segreto: Jean Jacques Chauveau, Miglior maître  del mondo nel 2013, è un istituzione nel ristorante parigino visto che serve i suoi clienti da più di trent’anni. E’ lui ad accompagnarmi al tavolo che mi è stato riservato: nulla di speciale, ma accanto alla vetrata, rivolto verso l’esterno. Verso una bellissima vista che dona gioia e tranquillità. Le Pré Catelan, infatti, è un casinò di caccia, con un enorme spazio verde da visitare. “Le vin est un professour de gout, il est le libérateur de l’esprit et illuminateur de l’intelligence”. Chauveau mi sorprende nel momento esatto in cui sorrido leggendo questa frase, scritta sulla prima pagina della carta dei vini. Ordino: il menù stagionale pensato appositamente per il pranzo

 

4. La Vague d’Or (Saint Tropez – Francia)

In attesa di ordinare mi guardo intorno. Le tovaglie sono bianche. Belle, profumate, pulite. Ogni dettaglio non è lasciato al caso: il tovagliolo, arrotolato in un ferma-tovagliolo con le effigi del ristorante. Le candele, l’acqua in un cestello di ferro, i bicchieri, una scultura a forma di medusa. Tutto profuma di raffinatezza. Anche il servizio, seguito per lo più da donne. Impeccabile, nonostante un cucchiaino che ha perso l’originale bellezza dell’argento e che faccio portare indietro senza che nessuno si scomponga più di tanto.

 

5. Gordon Ramsay (Londra – Inghilterra)

 Nel locale lavorano moltissime persone: tutte mi accolgono con cordialità e affetto, facendomi sentire a casa. Particolari che, credetemi, per chi viaggia in continuazione come me, non sono da poco. Ho apprezzato moltissimo questa premura, confermata anche dalla scelta del personale da mandare al tavolo: solo italiani. Per permettermi di comunicare senza problemi, scegliere meglio, avere informazioni esatte sul pasto. Non è stato un pensiero riservato solo all’Uomo delle Stelle ma una consuetudine che, nel locale di Ramsay, si ripete, chiaramente, a seconda delle nazionalità.

 

6. Waldhotel Sonnhora (Dreis – Germania)

 Il vero fiore all’occhiello di questo tristellato, però, è il servizio: davvero molto professionale e curato direttamente dalla signora Ulrike Thieltges responsabile di sala e insignita con il premio Eckart nella categoria “Gastronomia contemporanea”.

 

7. Maison Pic (Valenza – Francia)

 La Maison Pic si trova all’interno dell’Hotel Maison Pic: un cinque stelle extralusso dotato di 14 camere. Le sale del ristorante, invece, belle, luminose, spaziose e arredate secondo un’architettura quasi avanguardista, possono ospitare fino a 50 commensali. L’accoglienza appare subito superlativa: vengo introdotto da ragazzi giovani ma preparati, così come il maître , il più esperto in sala, uno dei collaboratori più stretti di Anne-Sophie. Il menù mi affascina: è studiato alla perfezione, in ogni minimo dettaglio. E’ scritto solo in francese, un po’ per salvaguardare la tradizione (cosa alla quale in Francia tengono molto) e un po’ perché alla Maison Pic non arrivano molti turisti stranieri. Mi ero preparato prima di sbarcare a Valenza. In particolare avevo letto un articolo di Claudio Sacco alias Viaggiatore Gourmet  che indicava un’enorme qualità del ristorante transalpino: i dettagli. Io aggiungerei la precisione e la velocità nel servizio delle portate, preparate da una brigata di sedici persone. 

 

 8. Pierre Gagnaire (Parigi – Francia)

 A differenza di quello che era accaduto con Arpege, dove un’attesa estenuante aveva finito per farmi saltare i nervi, appena accomodato al tavolo, nel giro di un minuto mi viene servita un’entrée, omaggio dello chef e un amuse-bouche composta da cinque meravigliosi piatti. Mi lascio conquistare dalle tartine alla spuma di parmigiano e grissini fatti al momento e da un letto d’erba con chupa chups di vegetali. L’accoglienza, super, viene confermata dal sommelier che mi consiglia una mezza bottiglia di Domaine: un rosso davvero incredibile! Nel frattempo Luca mi guida attraverso la scelta dei piatti. Due le possibilità: la carta o il menù degustazione. Opto per la prima scegliendo un primo e un main course. Da Gagnaire funziona in questa maniera: vengono servite tre portate di primo, tre di secondo e tre di dessert. Scegliendo quella principale, lo chef “aggiunge” una serie di altri piatti che hanno come scopo quello di farti apprezzare di più quello selezionato. Mi spiego meglio: ordino una red mullet, una triglia, con la quale ad esempio mi viene servita una barchetta vegetale con il succo dei funghi, gelificato e ricci di mare. Nota positiva: al termine dell’ordinazione, Luca si dirige verso la reception e se la fa stampare, portandomela. Un modo, molto carino, per permettermi di conoscere e ricordare tutti i piatti che dovrò mangiare.

 

9. Auberge de l’Ill (Illhaeusern, Francia)

All’ingresso l’accoglienza è delle migliori: il personale è cordiale, gentile, schietto e sincero. Ne apprezzo la velocità e la praticità, caratteristica che si perde frequentemente per strada nei tre stelle Michelin. Il ristorante si sviluppa su quattro sale, ognuna delle quali ha una vetrata che dà su un piccolo giardino affacciato proprio sul fiume. Al suo interno, l’estate, è possibile fare l’aperitivo. Non al momento del mio arrivo: il cielo è imbronciato, ma non mi impedisce di ammirare il panorama.

 

10. Flocons de Sel (Megéve – Francia)

 All’accoglienza, Flocons de Sel è esattamente come me lo aspettavo: caldo, accogliente, pulito, di grande classe. Gli infissi in legno, poi, danno quell’effetto montagna che non mi dispiace affatto. Ad accompagnarmi al tavolo sono i camerieri: tanti, gentili, giovani e molto cordiali. Sono tutti attenti, anche perché in sala c’è la moglie dello Chef che tratta ogni cliente con un riguardo fuori dal comune.

 

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