Roma, Madrid, Monaco e Liverpool: le quattro città protagoniste delle semifinali di Champions League. Dove andare a mangiare?

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Non penso ad altro.

O meglio. In alcuni momenti precisi mi sembra di non pensare ad altro.

E, senza aver paura di rivelarmi troppo protagonista, a volte ho la forte sensazione che tutto il mondo viva le mie stesse emozioni. Che faccia i miei stessi pensieri. Abbia i miei stessi sogni.

Troppo presuntuoso? E’ troppo maniacale pensare che per chissà quale incastro astrale, l’universo tutto si incontri nel medesimo punto? Almeno ancora per qualche giorno?

Per le strade, le conversazioni non vertono su argomenti diversi da questo. Non importa la città o la nazione. L’iPhone non fa eccezione. E’ matematica: ogni tre sms, me ne arriva uno che ha lo scopo di aggiornarmi su quanto sta succedendo. Su quello che accadrà. O semplicemente per chiedere il mio parere e le mie sensazioni. 

Possibile che stia accadendo per davvero tutto questo?

Non è possibile, dai.

Deve essere necessariamente tutto frutto della mia fantasia.

Lavoro, scrivo, viaggio, studio, mi incuriosisco, scopro. Chiaramente mangio, bevo e recensisco.

Eppure, entro un tempo preciso che faticherei a definire in minuti, torno a pensarci.

Basta davvero poco per distrarmi dai miei compiti quotidiani: un servizio alla radio, una canzone nella riproduzione casuale dell’iPod, un articolo di giornale, una foto su Internet su uno dei quei siti che scrollo in continuazione. Credo di essere io, una delle loro principali fonti di guadagno.

Tra il 24 aprile e il 2 maggio andranno in scena le semifinali di Champions League: Liverpool-Roma e Bayern Monaco-Real Madrid.

La mia Roma in quel di Anfield, ci pensate?

Un evento storico, straordinario, la cui importanza è data semplicemente dalla frequenza con cui si presenta: una volta ogni 34 anni.

Un evento che non voglio e non posso perdermi.

Come vi dicevo, non credo di essere l’unico a pensarla così.

Ho visto migliaia di persone, ordinate in file chilometriche, rimanere fuori dalla porta di una ricevitoria o di un negozio anche per 36 ore consecutive. Con l’unico scopo di portarsi a casa il tanto agognato tagliando, non importa a quali cifre.

Bisognerebbe parlare delle lacrime di queste persone: quelle di gioia, di chi stringe tra le mani un biglietto. Quelle amare e deluse di chi, invece, dopo tanto impegno e sacrificio, è costretto a lasciare il proprio posto in fila senza poter portare a casa nulla. Soprattutto vedendosi preclusa la possibilità di sostenere la propria squadra nel momento di maggior bisogno.

Poi, forse, si dovrebbe parlare, e a lungo, del secondary ticketing. Quel fenomeno schifoso, per il quale orde di sciacalli dopo aver acquistato un biglietto in maniera più o meno legale, decidono di rivenderlo su Internet a prezzi esorbitanti che arrivano a sfiorare i 10.000 euro!

Magari questa follia è un fenomeno tutto italiano, eh, badate bene. Magari solo romano. Capitolino. Tutto nostro, insomma. In fondo la bacheca della squadra di Trigoria parla chiaro: zero Champions League all’attivo e soprattutto zero coppe europee da poter mostrare con vanto. Di contro, gli altri tre club rimasti in corsa per aggiudicarsi la Champions, possono vantare ben 22 trofei dalle grandi orecchie: 12 il Real Madrid, 5 il Bayern Monaco e 5 il Liverpool. Una delle quali i reds l’hanno vinta proprio a Roma. Il 30 maggio 1984. Ma questa è una storia di cui non parlerò mai…

Non so se tra di voi c’è qualcuno che con molto fatica e un pizzico di fortuna, si è riuscito ad aggiudicare un biglietto per lo stadio Olimpico e/o per l’Anfield Road di Liverpool. Spero di sì.

So che io mi sto organizzando per non mancare a nessuno dei due eventi. Come al solito pensando ad incastrare le partite tra le tappe del mio road trip.

E allora mi siete venuti in mente voi. E il mio blog. E volendo, anche qualche piccolo suggerimento, per rendere la vostra trasferta di Champions ancora più gustosa. Indimenticabile.

Roma, Madrid, Monaco e Liverpool.

Queste le quattro città che, tra il 24 aprile e il 2 maggio, saranno protagoniste delle varie sfide.

Io le ho già visitate. E in tutte e quattro queste località, a volte muovendosi di qualche centinaia di chilometri, si può mangiare in posti da urlo che vi consiglio vivamente.

Lo so: le indicazioni non bastano. Non nascondiamoci dietro a un dito: siamo tutti competitivi e tutti amiamo sfide, punteggi e classifiche. Citiamo le famose parole di De Coubertin (“l’importante è partecipare”) ma non è che ci crediamo più di tanto.

Per cui, eccovi la mia personalissima classifica dei ristoranti che sto per suggerirvi. I voti, espressi in barbe, parlano chiaro e a rileggere oggi le mie recensioni non posso che confermare le valutazioni date anche mesi fa.

 

1. The Fat Duck (Bray): 5 barbe.

2. Heinz Beck: 4 barbe e mezza.

3. Waterside Inn: 4 barbe.

4. Gordon Ramsay (Londra): 4 barbe.

5. Alain Ducasse (Londra): 4 barbe.

6. DiverXo (Madrid): 3 barbe e mezza.

7. Uberfahrt (Rottach-Egern): 3 barbe e mezza.

 

Di seguito vi lascio qualche informazione in più sui miei suggerimenti per i vostri viaggi culturali-calcistici.

E che dio ce la mandi buona.

“You’ll never walk alone” canterebbero i tifosi del Liverpool.

Vale anche per voi: l’Uomo delle Stelle non vi farà mai camminare da soli. E nemmeno mangiare da soli, se è per questo…

 

ROMA

Se il 2 Maggio vi trovate dalle parti della capitale d’Italia per assistere al match di ritorno tra la Roma e il Liverpool, non fatevi scappare l’occasione di mangiare a “La Pergola”. Il meraviglioso ristorante di Heinz Beck. Io l’ho premiato con quattro barbe e mezza. L’ho visitato nel mese di maggio. E anche in quel caso legai la cena ad una partita della mia squadra del cuore…

La Pergola: Sono rientrato in Italia. A Roma per la precisione. Mi piacerebbe potervi dire che l’ho fatto per lavoro. Che nella Capitale era prevista, proprio tra fine maggio e inizio giugno, una delle tappe del mio roadshow. Non è così. Sono rientrato per la gara di addio di Francesco Totti. Quando l’ho comunicato a Stefano Cocco, il mio editore, la sua reazione mi ha divertito. Prima è esploso in una risata, poi, facendosi estremamente serio, ha chiosato: “Ci vediamo all’Olimpico. Piangeremo un po’ insieme facendoci forza”. Non vi annoierò raccontandovi cosa il Capitano della Roma ha rappresentato per me e quale trauma è stato vederlo togliere per l’ultima volta quella maglia.

Vi basti sapere che quando Heinz Beck mi accoglie sulla terrazza de La Pergola con uno strepitoso aperitivo alcolico, tutto sembra improvvisamente migliorare. Il sorriso e i racconti dello chef mi respirano via un po’ di malinconia per l’addio di Totti (che tra l’altro è in una di queste sale a festeggiare con parenti e amici proprio la sua ultima partita con la Roma).

 

MADRID

Nel caso in cui, invece, preferiate la Spagna e in particolare la partita tra Real e Bayern, c’è un unico tristellato da visitare: il DiverXo. Il ristorante di David Munoz: bello, strano e interessante…

DiverXo: Mi trovo a Madrid. In Spagna, dunque. Precisamente in Calle de Padre Damian, strada che costeggia il Santiago Bernabeu, casa del Real Madrid (un giorno dovrò analizzare in maniera più approfondita questo infinito connubio tra il calcio e la cucina che mi si para davanti in continuazione) e che al suo interno ospita anche l’entrata dell’NH Hotel. Parto subito col dire che quella che ho vissuto da Diverxo è stata un’esperienza enogastronomica bellissima. Unica. Particolare e interessante. Ma, come si dice spesso per le città o i luoghi che si visitano: non ci vivrei. Nella mia lunga avventura da Uomo delle Stelle ho visitato ristoranti di ogni tipo e in ogni latitudine del globo terracqueo. Esperienze che mi hanno portato a far caso a particolari che ai più potrebbero sfuggire. Ecco, molte di queste “inezie” da Diverxo, mi hanno lasciato particolarmente interdetto. Soprattutto se parliamo di un locale che propone i suoi menù a prezzi altissimi e in una nazione come la Spagna molto più economica rispetto all’Italia.

 

LIVERPOOL

Non esistono ristoranti tre Stelle Michelin nella città che ha dato i natali ad un gruppo straordinario come i The Beatles. L’Inghilterra, comunque, è nazione dotata di numerosi locali in cui vale la pena mangiare. Spostandosi di appena 350 km, infatti, è possibile visitare sia Londra che Bray, le due località che ospitano le attività di Gordon Ramsay, Alain Ducasse, Heston Blumenthal e Alain Roux.

Gordon Ramsay: quando sono arrivato a Londra, nel quartiere di Chelsea per essere precisi, quello che ospita il locale del cuoco infernale, pioveva. Non uno di quei temporali che ti costringono a rintanarti in casa, ma quella simpatica pioggerellina che scendendo ininterrottamente, riesce a fiaccare l’animo anche dei più resistenti. La stessa che sparisce di colpo all’ingresso nel ristorante: asciugata dal sorriso di chi ti riceve. Nel locale lavorano moltissime persone: tutte mi accolgono con cordialità e affetto, facendomi sentire a casa. Particolari che, credetemi, per chi viaggia in continuazione come me, non sono da poco. Ho apprezzato moltissimo questa premura, confermata anche dalla scelta del personale da mandare al tavolo: solo italiani. Per permettermi di comunicare senza problemi, scegliere meglio, avere informazioni esatte sul pasto. Non è stato un pensiero riservato solo all’Uomo delle Stelle ma una consuetudine che, nel locale di Ramsay, si ripete, chiaramente, a seconda delle nazionalità.

Alain Ducasse: L’Alain Ducasse “inglese” si trova in uno dei quartieri più chic della City: il Mayfair. Il più serio e silenzioso. Certamente il più sofisticato. Il ristorante è ospitato all’interno del The Dorchester, una struttura extra lusso a cinque stelle. Il fatto di trovarsi all’interno di un hotel così importante garantisce tre punti a favore: la possibilità di trovare parcheggio senza troppi affanni, la certezza di non rimanere in strada in attesa dell’apertura del locale e l’opportunità di usufruire dei bagni dell’hotel. Belli, puliti, spaziosi, profumati, sebbene un po’ lontani dalla sala principale.

The Fat Duck: La mia avventura nel locale di Blumenthal si apre con una mail. Mi risuona nella posta qualche giorno prima del mio arrivo a Bray, piccola cittadina alle porte di Londra. Il tempo sembra essersi fermato da quelle parti: il villaggio è immobile, bloccato ai primi del ‘700, quando gli inglesi maramaldeggiavano per il mondo scoprendo posti nuovi e facendo conquiste. Bray ha tre pregi: la presenza del Tamigi che gli regala un’atmosfera suggestiva, la vicinanza all’aeroporto di Heatrow che lo rende facilmente raggiungibile e ben due ristoranti tre stelle Michelin nel giro di forse un chilometro. Il Waterside Inn e proprio The Fat Duck. Che come stavamo dicendo mi accoglie con una mail.

Waterside Inn: Il motivo è presto spiegato: il Waterside Inn, il locale che sto per visitare, è a tutti gli effetti un ristorante francese. Nonostante si trovi nella perfida Albione: a due passi da Londra e dall’aeroporto di Heathrow. Questo perché è stato aperto da due francesi: Michel e Alain Roux, che nel 1972 rilevarono quello che era un semplice disco pub per trasformarlo in un ristorante stellato. A più di quarant’anni di distanza il Waterside Inn è ancora tra le mani della famiglia Roux, per la precisione tra quelli di Alain, figlio di Michel, che porta avanti la filosofia culinaria dei suoi predecessori, conservando nel menù piatti da quasi mezzo secolo d’età. Ad aiutarlo (e forse anche qualcosa in più) un’eccellenza italiana: Diego Masciaga, il restaurant manager e il general manager dell’hotel 5 stelle. Struttura meravigliosa, da una decina di suite, che affianca l’attività di ristorazione. Masciaga lavora da talmente tanti anni al Waterside Inn da identificarlo completamente. Danza tra i tavoli, trattando ogni commensale con la stessa accortezza e la stessa affabilità. Lo stile che usa nei servizi ha addirittura ispirato un libro: “The Diego Masciaga Way: Lessons from the Master of Customer Service”. Il saggio, firmato da Chris Parker, spiega la filosofia di Masciaga e il suo approccio molto pragmatico alla fidelizzazione del cliente, mettendo in luce la natura e il valore del servizio e proponendo anche esempi e esercizi per lo sviluppo di uno stile personale e la costruzione di una squadra per raggiungere un livello di professionalità sopra la media.

 

MONACO

Non ho visitato ristoranti tristellati nella città tedesca. Il locale più vicino all’Allianz Arena, lo stadio in cui si giocherà il 25 aprile la sfida tra Bayern Monaco e Real Madrid si trova a 93 km. Parlo dell’Uberfahrt di Christian Jurgens.

Uberfahrt: Mi trovo in Germania, a Rottach-Egern, piccola città della Baviera sulle sponde del Tegernsee, uno splendido lago che ha come sfondo le Alpi bavaresi. Qui ha sede il ristorante tristellato Uberfahrt, ospitato nell’hotel extralusso 5 stelle Althoff Seehotel. Quello diretto dallo chef Christian Jurgens non è il primo locale stellato “custodito” all’interno di questa catena d’alberghi: tra i più famosi (e tra quelli che ho già visitato) ad esempio c’è Vendome di Joachim Wissler. L’hotel Althoff è chiaramente l’unico hotel 5 stelle di questa cittadina: oltre che dagli ospiti, è molto frequentato anche dagli abitanti delle case circostanti. Il motivo è presto spiegato: diverse persone lo utilizzano come meta per le vacanze, per riposarsi senza allontanarsi troppo dalla città. Il venerdì, poi, l’Althoff offre champagne gratis a chiunque passi da quelle parti, ragione che nel fine settimana trasforma l’albergo in una sorta di piazzetta del paese dove tutti si ritrovano per parlare e brindare.

 

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