Tanta apparenza e poca sostanza, l’Epicure è identico al servizio che offre: schivo

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Vi siete mai chiesti perché ci tengo tanto a nascondere la mia identità?

No, non ho paura di ritorsioni di alcun tipo, né soffro di una qualche forma di ansia sociale.

Il motivo è molto più semplice: non voglio che nulla, men che meno la mia figura, possa oscurare il roadshow.

Io non faccio altro che viaggiare: da una nazione ad un’altra, da una città ad un’altra, da un ristorante ad un altro. Non sono io il protagonista di questa avventura, ma i locali che visito, i piatti che assaggio, le cose che mi capitano. Che tra l’altro sono anche i motivi per i quali mi seguite e leggete (e non vi ringrazierò mai abbastanza…).

Il fatto è che detesto l’apparenza.

Ecco perché mi sono trovato così male da Epicure.

 

Il ristorante è a Parigi, nel VIII arrondissement, uno tra i quartieri più in della capitale francese, così come l’hotel che lo ospita il Bristol, davvero di grandissimo livello.

Lo chef Eric Frechon, che chiaramente non era ai fornelli (questa è una battaglia che non mi stancherò mai di combattere) ha una storia pazzesca. E’ un manifesto al lavoro: ha iniziato la sua carriera aprendo ostriche mentre ora può vantare quattro stelle Michelin. Tre per Epicure (prese tra il 2001 e il 2009) e una per 114 Fabourg.

 

Entrando, la prima cosa che mi colpisce, è l’arredamento: barocco ma elegante, ricercato, attento nella stoviglieria e nella posateria che appare davvero di grandissima classe. Si nota il tocco italiano del President Managing Director: Luca Allegri che dopo aver lavorato nel gruppo Four Season e con Alain Ducasse, oltre che a Montecarlo, è stato fortemente voluto dall’amministratore del gruppo Bristol, Frank Marrenbach.

 

La sala davvero spaziosa e fatta di tavoli molto grandi può ospitare una cinquantina di coperti: al mio arrivo non saremo più di dodici, per lo più clienti dell’hotel. Il core business del ristorante, infatti, è legato proprio a loro, motivo per il quale, se non hai una camera al Bristol o non stai festeggiando qualcosa di importante, come la coppia che mangia al tavolo vicino al mio, i camerieri non ti danno grandissima attenzione.

 

Tutto è molto serio all’Epicure: l’atmosfera rasenta l’austero. Solo il restaurant manager, dall’aria sveglia ma accorta, sembra preoccuparsi che tutto vada alla perfezione.

 

Dopo aver parlato con il sommelier che mi consiglia un ottimo rosso del Rodano (vino di altissimo livello e di grande struttura) passo all’ordine vero e proprio. Opto per il menù stagionale, per capire come vengono trattate le materie prime. Mi arrivano piatti normalissimi, da un gusto fin troppo anonimo ma serviti in maniera esemplare.

Ecco perché all’inizio vi parlavo di apparenza: le presentazioni, da Epicure, vincono sulle portate.

 

Vi faccio un esempio: uno dei piatti che mi ha maggiormente convinto è stata la pastinaca. Un tubero per consistenza simile alla carota ma per sapore accumunabile alla patata, dal gusto molto minerale. Me la servono in un involucro di pane, all’interno del quale era stata cotta. Al tavolo la pastinaca arriva in una scatola piena di fieno, per tenerla al caldo, il pane viene tagliato all’estremità e la portata adagiata su un piatto in compagnia di una crema di arachidi e un salsa di arachidi e mandorle. Rimango affascinato dall’operazione, meno dal piatto.

Sarà così per tutta la cena: da Epicure la cosa che sanno far meglio è mostrare. Girano per la sala con dei mini fornelletti, con i quali tengono al caldo le pietanze, utilizzati anche per il caffè. Anche quello è uno show! Viene preparato direttamente al tavolo, con un bollitore davvero curioso che rapisce lo sguardo e l’attenzione.

Mi piacerebbe tacere sulle altre portate ma so di non poterlo fare. Il secondo assomigliava molto ad un arrosto misto più adatto ad una grigliata mista per gli amici a Pasquetta che ad un piatto preparato da un ristorante stellato. Lo stesso vale per il dolce: un semifreddo alla vaniglia con cuore di nocciole e caramello con foglia d’oro del tutto simile a quello del grande Gualtiero Marchesi.

 

Riassumendo: sono rimasto colpito dall’ambiente ma non dalle portate. E anche il servizio mi ha molto deluso: i ragazzi, come vi dicevo, giovani, simpatici e dalla parlata spigliata sia in inglese che in francese, sono schivi. Se non sei un cliente dell’hotel, ti lasciano al pasto senza degnarti di un attenzione in più.

 

Il voto è basso: due barbe e mezza.

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