La cucina italiana all’estero come patrimonio dell’umanità: l’iniziativa di Italian Cuisine in the World forum

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Il direttore e organizzatore Rosario Scarpato ci rivela come è nata l’idea e quali saranno i prossimi obiettivi

Tutto è cominciato (per caso) quindici anni fa, quando Rosario Scarpato e Mario Caramella, decisero di istituire una associazione che riunisse i cuochi italiani che lavorano all’estero e perseguire un fine comune: mantenere l’identità della cucina italiana. Attualmente sono più di 2500 i cuochi iscritti al Gvci (Gruppo Virtuale Cuochi Italiani).

Il tema speciale è far crescere il movimento per richiedere all’Unesco il riconoscimento della cucina italiana all’estero come patrimonio dell’umanità. I primi passi si sono mossi con l’evento di tre giorni a Casentino lo scorso giugno, dove erano presenti più di 200 cuochi provenienti da tutto il mondo. Rosario ci dice che le esigenze della cucina italiana all’estero sono diverse da quella in patria. Prima di tutto perché all’estero le contraffazioni sono enormi e si tende a perdere questa identità con il tempo. Inoltre non è solo una questione di patriottismo, ma anche delle vere esigenze di mercato. “Se noi cuciniamo come cucinano gli altri, la gente perché dovrebbe venire in un ristorante italiano?” e aggiunge “Se proteggiamo il brand dei nostri affiliati e manteniamo questa identità, ci sarà sempre un posto per un cuoco italiano in un ristorante italiano all’estero. Questo gruppo di ristoratori intorno al mondo deve capire che mantenere l’identità è un vantaggio di mercato e una tutela per i consumatori” conclude.

Dall’anno prossimo le cose cambieranno: ci sarà un piatto tradizionale non conosciuto e proposto nei rispettivi paesi dove i cuochi lavorano. Si è scelto il Brodetto perché rappresenta bene tutta l’Italia ed è facilmente comprensibile all’estero. Un’iniziativa che si potrebbe affiancare anche ad un vino autoctono, un esperimento ancora in via di sviluppo, ma le tattiche sono chiare: preservazione e tutela.

 

Dan Munteanu  

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