Innovazione e ambizione in Francesco Sodano

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Il neo chef de Il Faro di Capo d’Orso adesso mira a confermare la stella, ma confessa: “puntiamo sempre più in alto”

Arroccato sulla Costiera Amalfitana a Maiori, da quattordici anni c’è una Stella dove è possibile godersi la vista su Amalfi, Atrani, Ravello, l’isola Li Galli e i Faraglioni di Capri: Il Faro di Capo d’Orso. Qui la tradizione mediterranea incontra la cucina orientale, latino americana, nordica. A rendere questo match possibile è lo chef Francesco Sodano, trentenne di Somma Vesuviana: tradizionalista ma innovatore, campano e allo stesso tempo cittadino del mondo, ha già alle spalle anni di studio e collaborazione a fianco di maestri come Anthony Genovese e Pierfranco Ferrara, chef storico di questo stesso ristorante. “Sono stato anche a Londra da Heston Blumenthal per poi volare a Los Angeles. Viaggiare è parte del mio mestiere. È cultura”.

Tornato in Italia dopo undici anni, Sodano non nasconde di aver provato un certo senso di smarrimento: “Ero deluso. In Campania tutto era rimasto come prima”. Per lo chef il cliente deve avere la sensazione di mangiare il piatto della nonna anche quando davanti agli occhi ha qualcosa di estremamente complicato. “Prima qui si faceva una cucina classica francese, ovviamente con prodotti mediterranei. La mia è molto più estrosa, provo ad accontentare me stesso e gli ospiti: nei miei piatti cerco personalità e riconoscibilità”. Una ricciola con foie gras marinato all’orientale. Un cannolicchio con daikon arrostito e fatto a foglie con una mandolina giapponese, succo di erbe marine frullato con l’acqua dei cannolicchi. Maiale servito su succo di peperone arrostito, marinato con lemongrass, zenzero, soia, arancia, timo, cotto lentamente su una griglia giapponese, la teppanyaki, come fosse un teriyaki. Parla dei piatti con passione e trasporto, come se fossero figli suoi, e in un certo senso è così. “Mi affascina rinnovarmi, non ripetermi. In questo m’ispiro ad Anthony Genovese: in due anni e mezzo non gli ho mai visto replicare un piatto”.

Oltre a una location magnifica, Il Faro Capo d’Orso può contare su uno staff tutto under 30, una cantina di 2000 vini e una cucina da centinaia di migliaia di euro. Deve esserci un po’ di follia nel servire Shave the Chief, un dessert presentato in un barattolo di un noto marchio da schiuma da barba, molto scenico. Uno dei piatti in cui si identifica di più.



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