Perché Sanremo è Sanremo: anche per l’Uomo delle Stelle

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Perché Sanremo è Sanremo. L’Uomo delle Stelle si esprime sul Festival della canzone italiana, associando alle sue canzoni preferite, alcuni blog del suo viaggio.

Non ricordo precisamente quanti anni avessi. Mi aggiravo attorno alla decina, credo. Comunque ero in procinto di terminare le elementari. Non importava non avessi niente di straordinario da fare: ogni mattina, prima di andare a scuola, mi alzavo prestissimo. Molto prima dei miei genitori. Non mi costringeva nessuno, sia chiaro. Ne puntavo alcun tipo di sveglia. Semplicemente aprivo gli occhi e mi sentivo esplodere dentro un’energia che non riuscivo in nessun modo a gestire. Dovevo alzarmi e basta. E andare incontro al mondo.

E’ un’abitudine che mi è rimasta. Lo so: è faticoso e in alcune giornate, soprattutto quelle invernali, quasi mortifero. Ma non avete idea di quanto questo sforzo, poi, sia ripagato. Di quante ore in più a disposizione si hanno. Di quanto si possa fare nelle prime ore del mattino, quando tutti gli altri dormono e, quindi, nessuno può telefonarti o messaggiarti. I giovani direbbero whatsapparti ma io preferisco rimanere legato alla tradizione.

E’ una meraviglia.

Sfrutto le prime luci dell’alba per sistemare i miei affari personali o per gestire i lavori più complicati. Il più delle volte leggo, sorseggiando in pace il sacro caffè del risveglio. Altre, invece, e sono le mattinate più attese, ascolto musica. Mi piace accendere le mie strepitose casse bluetooth, aprire Spotify e “spararmi” dritto per dritto l’ultimo album di uno dei miei artisti preferiti. O semplicemente, scoprirne di nuovi, ché c’è sempre da imparare. Maledetta curiosità…

Basta voli pindarici senza senso e soluzione di continuità. Provo a tornare a quella mattina d’inverno, quando galleggiavo attorno ai miei dieci anni. Così riesco anche a spiegarvi perché mi piace così tanto la musica.

In casa c’era una radio. Rossa, rettangolare e con un’antenna argentata che sembrava invincibile. Una moderna excalibur. Io credevo servisse a combattere i brutti pensieri. Con me ci riusciva sempre: era l’unica cosa capace di spegnerli. In realtà aveva un’altra funzione: creare un collegamento con il mondo. La radio, invece, poggiata sulla cappa della cucina, quando mi svegliavo, per quanto fosse presto, era già accesa. Il tasto nero dell’alimentazione (gli altri era vietatissimo toccarli) lo aveva già schiacciato mia nonna. La trovavo sempre lì, ogni mattina: intenta a sminuzzare non so quale verdura o a bollire chissà quale pietanza. Molti dei valori che ho, molti degli amori che ho (compresa la cucina), li devo principalmente a lei. Capace di trasmettermeli in maniera inconsapevole, come solo i grandi condottieri sanno fare. L’esempio è molto più importante delle spiegazioni. Ne rimango convintissimo anche a distanza di anni.

Con quella radio rossa ho fatto viaggi che non avete idea. In confronto i miei due anni di road trip sono un bicchiere di acqua fresca e senza bollicine. Ho partecipato a concorsi televisivi, dibattiti politici, ho ascoltato i commenti ai più importanti momenti della Storia, come la caduta del Muro di Berlino o l’esplosione di Tangentopoli.

E ho mangiato musica. Tanta. Troppa. Dai Genesis ai Pink Floyd, da De André a Guccini, da David Bowie a Freddie Mercury. Potevo mai diventare un adulto che disprezza l’arte? Impossibile. La mia personalità le gira tutta intorno: anche a quella figurativa, per quanto sia proprio incapace a disegnare.

Ora capirete il perché delle mie citazioni in apertura di ogni blog. Come capirete perché questa settimana, ogni anno, sia così importante per me. Sono i giorni di Sanremo, il Festival della canzone italiana giunto ormai alla sua sessantanovesima edizione.

Con la mia redazione abbiamo un tacito accordo: io, cascasse il mondo, i primi giorni di Febbraio sono in Liguria. Precisamente al teatro Ariston. Il resto dell’anno possono mandarmi dove vogliono: non mi sono mai lamentato di viaggi, ore e spostamenti. Ma quando c’è il Festival non sento ragioni: devo vederlo dal vivo.

A differenza degli anni passati, però, questa volta ho deciso di scriverci sopra qualcosa. Non aspettatevi commenti o giudizi: non è il mio campo. Sono un semplice appassionato e non ho proprio gli strumenti necessari per dire qualcosa di sensato. Ho un buon orecchio, credo, ma non basta se si vuole esprimere un parere con serietà.

Ho deciso di fare altro: di seguito troverete otto delle ventiquattro canzoni in gara. Sono quelle che mi piacciono di più e per quanto ne preferisca alcune, non ho proprio idea di chi potrà vincere sabato. La mia idea è stata quella di affiancarle, per tema, testo o semplicemente libere associazioni, al mio road trip e ai ristoranti che ho visitato.

Vi piace come gioco? Perché non mi suggerite qualcosa anche voi? Buona lettura. E buon Festival a tutti. In fondo “Sanremo è Sanremo”. Anche per l’Uomo delle Stelle.

Silvestri-Rancore: Argento vivo.

“Ho sedici anni/Ma è già da più di dieci/Che vivo in un carcere/Nessun reato commesso là/Fuori/Fui condannato ben prima di nascere” Queste le prime strofe della canzone del cantautore romano e del rapper forse più bravo del momento, anche lui nato e cresciuto nella Capitale. La canzone parla di come le moderne generazioni siano state castrate dalla Scuola e da genitori e insegnanti. Ascoltarla, direttamente dalla platea dell’Ariston, mi ha fatto venire in mente il De Librije:

“Sono ancora in Olanda. A Zwolle. Più precisamente nella sala del De Librije: il ristorante tre stelle Michelin dello chef Jonnie Boer e di sua moglie Thérèse. Dopo esserne stato per tre anni capo cuoco, nel 1992 Boer ha rilevato l’attività, spostata solo nel 2015 all’interno di un carcere femminile del 1700, perfettamente ristrutturato e ripensato per la ristorazione. In olandese, De Librije significa “libreria”: in fondo la lettura e quindi la cultura rendono liberi più di ogni altra cosa…”

Ultimo: I tuoi particolari.

Ho un debole per Niccolò Morriconi. Forse perché lo vedo così giovane da sentirlo un nipotino. Forse perché è cresciuto come me in un quartiere popolare: San Basilio. Fatto sta che ogni volta che lo vedo salire su un palco mi viene voglia di tifare per lui e ne aspetto le esibizioni come se a cantare ci fosse un mio parente stretto. La sua nuova canzone dicono possa vincere Sanremo: un bis dopo il trionfo dello scorso anno nella categoria giovani. Glielo auguro. Io intanto ragiono su altri particolari: quelli del Noma 2.0.

“E’ tempo di darmi alle mie consuete considerazioni finali. E’ solo questione di giorni: il Noma 2.0 ritroverà ben presto le Stelle che ha perso per strada. Per quanto alcuni ingredienti dei piatti non sia riuscito a decifrarli per bene, si vede che tutto è studiato nei minimi particolari. Che dietro c’è una ricerca fuori dal comune e una enorme conoscenza dei prodotti del territorio. Mi piacciono anche le accortezze dello staff: le conchiglie dei molluschi sono conservate e regalate ai commensali all’interno di una scatoletta realizzata apposta. Tra tutto, poi, mi ha entusiasmato il QR Code trovato nella sabbia sulla quale era adagiato il King Crab: scansionandolo con il proprio Smartphone è stato possibile ricostruirne le origini (pesava quasi 3 kg e proveniva dalla Norvegia, alla faccia della tracciabilità…)”.

Simone Cristicchi: Abbi cura di me.

Che strana evoluzione che ha avuto questo artista: è partito da canzoni ironiche e capaci di strapparti un sorriso, per poi prendere una svolta molto impegnata. Precisamente da “Ti regalerò una rosa” altra canzone presentata a Sanremo. La sua “Abbi cura di me” ha una melodia vincente e il solito testo meraviglioso di Cristicchi quindi si candida prepotentemente per il gradino più alto del podio. Io lo ascolto e mi faccio travolgere dall’affetto di Heinz Beck e della sua Pergola. La sera che cenai nel ristorante ospitato nel Rome Cavalieri, avevo veramente bisogno di amore.

“Vi basti sapere che quando Heinz Beck mi accoglie sulla terrazza de La Pergola con uno strepitoso aperitivo alcolico, tutto sembra improvvisamente migliorare. Il sorriso e i racconti dello chef mi respirano via un po’ di malinconia per l’addio di Totti (che tra l’altro è in una di queste sale a festeggiare con parenti e amici proprio la sua ultima partita con la Roma). La tristezza va ancora più via quando insieme al sommelier, il cuoco tedesco mi porta con sé in cantina, raccontandomi di come, quando cominciò a frequentare le cucine, il concetto di cantina non esistesse proprio. L’usanza non era quella di accumulare il vino in una stanza ma di acquistare quello necessario giorno per giorno”.

Enrico Nigiotti: Nonno Hollywood.

Quella testa matta del cantautore livornese sembra aver raggiunto finalmente la maturità. Gli sono serviti due talent (Amici e X Factor) e parecchie porte in faccia ma alla fine pare avercela fatta. La sua canzone è veramente da Festival di Sanremo, per sonorità e temi. Una classica ballade melanconica che va a ricordare i tempi passati. Mi ha fatto venire in mente Paul Bocuse: un po’ il nonno di tutti gli chef del mondo.

“Come vi accennavo in precedenza sono in Francia e precisamente a Collonges-au-Mont-d’Or, dove all’interno di una splendida palazzina tutta colorata viene ospitato il locale di Bocuse. Inutile che sia io a raccontarvi chi è stato e cosa ha rappresentato Bocuse per l’intero mondo enogastronomico. Vi basti sapere che lo chef francese ha conquistato le tre stelle Michelin nel 1965 (e le mantiene quindi da circa 53 anni) e che tutto in questo posto trasuda storia. L’entrata, meravigliosa, fatta di un piccolo giardino d’inverno, porta direttamente in una delle quattro sale di cui si compone il locale che può ospitare fino a 100 commensali”.

Francesco Renga: Aspetto che torni.

Lo guardi e pensi che Ambra Angiolini sta per sposare Max Allegri: che follia. La voce non è cambiata di una virgola. E’ rimasta chiara e cristallina come quella che mostrava quando cantava con i Timoria. Capacità di tenuta del palco fantastica, così come il legame con il pubblico. Ormai è un veterano del Festival: la sua è la classica traccia d’amore strappa lacrime. Io la ribalto. A me fa pensare a quante volte ho aspettato gli chef al ristorante. Rimango della mia idea: un cuoco, per essere definito tale, deve stare in cucina. Vi dice niente Giancarlo Morelli?

“E’, però, arrivato il momento dei giudizi. Devo chiedervi scusa: vi ho lasciato appesi a un concetto per tutta la durata del blog. Risolviamo subito. La domanda era: perché ho definito chef Giancarlo Morelli un fantasma? Semplice: perché in cucina non c’è mai. Io capisco che i suoi impegni, ora, sono più da imprenditore che da cuoco. Come capisco che le sue amicizie “vippettistiche” (Tommaso Paradiso il frontman dei Thegiornalisti e la showgirl Eleonoire Casalegno tra i suoi vanti più grandi). Ma uno chef, a maggior ragione dopo un lungo girovagare, deve tornare dietro i fornelli. Deve riprendere a cucinare”.

Federica Carta e Shade: Senza farlo apposta.

Lo ammetto: qui ho faticato un po’ anche io. Per quanto ami la musica in generale, non mi era mai capitato di sentire nessuno dei due. La ragazza ha una voce incantevole e, ha spiegato Baglioni, suona e compone da quando aveva sei anni. Beata lei: io a malapena riuscivo ad allacciarmi le scarpe. Di Shade avevo ascoltato qualcosina: ha un ottimo flow e una buona capacità di scrittura, tanto che appare anche tra gli autori. Ascoltandoli ho sorriso: mi hanno fatto ricordare il momento, imbarazzante, in cui ho trovato un pezzo di plastica nel dentice. Le Cinq…

“Il cameriere mi guarda e strabuzza gli occhi. Lo vedo in evidente difficoltà. Si gira intorno. Cerca aiuto e non lo trova. Si scusa e mi dice che può capitare. Accetto le scuse e rispondo che no, non può capitare in un ristorante di quel livello, ospitato in un hotel di quel livello, all’interno di una città di quel livello. Il cameriere incassa e si dilegua. Al suo posto arriva Patrick, l’assistente del restaurant manager. Continua a scusarsi, a chiacchierare, ad offrirmi attenzioni, dessert e parole altrettanto dolci. Addirittura pretende di non farmi pagare il conto. Vi chiederete il motivo di tutto questo caos. Semplice: ho trovato un pezzo di plastica nel mio secondo di pesce”.

Motta: Dov’è l’italia?

Se la musica cantautoriale ha un futuro, grossa parte di questo coinciderà con la parabola artistica di Francesco Motta. In attesa del suo terzo album (i primi due erano davvero notevoli), ci gustiamo questo ultimo singolo. Ha tutte le stigmate del rocker toscano: ritmo ipnotico, testo mai scontato, voce dritta e appuntita. Ecco, se proprio dobbiamo trovargli un difetto, lo individuerei nella sonorità: completamente fuori fase per Sanremo. Probabilmente non vincerà ma mi piace tanto tanto. Il suo grido di dolore, urlato occhi negli occhi al suo amore, mi ha fatto pensare a quanti “cervelli” l’Italia perde ogni anno. Non solo nel campo della scienza o della ricerca ma anche della cucina. Paolo Casagrande è uno dei nostri connazionali che ha dovuto trasferirsi all’estero per affermarsi. Martin Berasategui ne ha intuito subito le grandissime qualità, tanto da affidargli la direzione di uno dei suoi ristoranti: Lasarte…

“A fine pasto, come sempre, ho modo di recarmi in cucina e rimango affascinato dall’executive chef: Paolo Casagrande. Un italiano (come tanti a Lasarte), persona strepitosa ed emozionata quanto me, mentre gli parlo del mio progetto e del nostro viaggio. Casagrande decide di spiegarmi il funzionamento della sua “officina”: divisa in due parti, quella calda e quella fredda per l’organizzazione del lavoro ma anche per la temperatura. E mi mostra, in alto, una sala privata a vetri con un tavolino da sei. E’ quello dove mangia Berasategui quando è a Barcellona, in modo da poter controllare il funzionamento della sua cucina, anche se a distanza”.

Achille Lauro: Rolls Royce.

Lo so state sorridendo: è una scelta che non vi sareste mai aspettati da uno come me. Amante dei viaggi, del lusso, dell’eleganza, del buon mangiare e del buon bere. Ma come sapete sono anche un amante dei “tipi umani” per dirla alla Balzac. Soprattutto di quelli che hanno personalità. E Achille Lauro ne ha di attributi da vendere. Non credo riuscirei ad ascoltarlo per un intero concerto ma alcuni suoi singoli non mi sono dispiaciuti affatto. Parlo di “Thoiry” e “Angelo Blu”. Allo stesso modo “Rolls Royce” mi fa davvero volare, per mutuare un’espressione tanto cara al trap boy. Non ci voglio legare nessun blog: mi piacerebbe ascoltare questa canzone mentre sono in viaggio. Magari guidando proprio una Rolls Royce che è una delle mie macchine preferite.

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