Saison, l’importanza dei particolari

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“Sapete, col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle cose le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo”.

(Ogni maledetta domenica – Oliver Stone, 1999)

Il ragazzo indossa una maglia blu. I pantaloncini, invece, pur avendo lo stesso colore, vantano una tonalità più scura. I calzettoni, intanto, identici per cromatura alla divisa, toccano il cielo. Si mischiano alla notte che da ore, come fosse una coperta, è calata sulla città. Impietosa ma giusta. Uguale per tutti.

Il ragazzo vola.

Non scherzo: sembra avere le ali. E se non è un supereroe Marvel, se non mostra superpoteri evidenti, se non può incenerire il prossimo con uno sguardo raggio-laser, ha comunque qualcosa di magico.

E’ capace di cambiare il corso degli eventi, di modificare la fisica per come la conosciamo, di piegare la realtà alle proprie volontà. Di fermare il tempo. Di rende l’impossibile, possibile.

Di ribaltare il mondo.

Lo conferma anche la sua posizione.

Plastica. Splendida. Invincibile. Il busto è parallelo al terreno, dal quale si distacca almeno di un paio di metri o giù di lì. Mai stato bravo a calcolare le distanze. La testa leggermente piegata all’indietro. Le braccia sono larghe: per darsi equilibrio, stabilità e per attutire il colpo al momento della caduta. Come un deus ex machina moderno potrebbe fare tutto, è vero. Ma non volare in eterno. La forza di gravità è l’unico avversario che non è mai riuscito a battere. Almeno in maniera definitiva.

La gamba destra è tesa: ha la forma di un martello. L’altra è piegata. Sottovalutata per quanto sia la più importante. E’ quella che consente la spinta necessaria, la coordinazione giusta per impattare quella sfera bianca, pizzicata di stelle nere (ecco perché quelle in cielo sono così scure…) e darle la forza giusta, oltre che la precisione, per bucare la porta alle sue spalle.

Il ragazzo è Cristiano Ronaldo. Immortalato, con la maglia del Real Madrid, mentre con la più bella delle rovesciate, sta per abbattere la Juventus. La sua prossima squadra. Il suo futuro.

Cristiano Ronaldo. Il grande assente della finale di Champions League di domani. Quella che vedrà contrapporsi Tottenham e Liverpool. Uno dei due grandi assenti, a dire il vero. Almeno a leggere i giornali che ho tra le mani.

Come sapete sono dall’altra parte del mondo. Ma questo non mi impedisce di dedicare qualche minuto al giorno alle mie passioni. Cosa saremmo senza? Sacchi vuoti che si aggirano per la Terra senza uno scopo preciso. Un ammasso di pelle, organi, tendini e tessuti senza senso. Inutili più di quanto già lo siamo.

Per quanto sia a San Francisco come sapere, cerco di non perdere contatto con l’Europa. La mia Europa. Quella che domani sera, calcisticamente parlando, cercherà un nuovo padrone.

Il quotidiano sportivo che sto leggendo in taxi mentre viaggio verso il nuovo ristorante che dovrò recensire, dopo aver dedicato le prime pagine a Football e NBA, mi regala anche qualche riga di approfondimento sul soccer. Non è uno degli sport nazionali, eppure, grazie anche al grande lavoro che la Federazione Americana sta facendo sulla propria “Serie A”, sta registrando sempre più consensi e una crescita impressionante di appassionati. Gli articoli si concentrano sui confronti: quello tra Pochettino e Klopp, tra due modi di intendere il calcio. Inglese per provenienza dei club ma straniero nelle idee dei due tecnici. A colpire la mia attenzione, però, come sempre tra l’altro, è un piccolo fondo. L’argomento portante è la sfida mancata. Quella tra la Juventus e il Barcellona. Quella che avrebbe visto di fronte Messi e Cristiano Ronaldo.

Mi illumino.

La vita come lo sport o qualunque altra cosa che ruota attorno alle nostre esistenze, ha a che fare con i particolari. I dettagli. Quelli che hanno permesso a Cr7 di diventare il più grande calciatore al mondo. Quelli che, di contro, hanno consentito a Liverpool e Ajax la possibilità di vincere scontri sulla carta inaffrontabili. Permettendogli di eliminare due squadroni come il team bianconero e quello blaugrana. Quelli che sono il materiale di cui si compongono le stelle Michelin.

A questi livelli sono i particolari che fanno la differenza. Quella tra essere il numero uno e non essere niente. Quella che può stagliarti nell’Olimpo dei più grandi o farti rotolare nel fango dei dimenticati.

Il segreto è tutto qui: nei dettagli. E il Saison lo sa bene.

Parlo, ovviamente, del ristorante che sto per visitare. Poco distante dal Quince (la mia prima esperienza enogastronomica a stelle e strisce del 2019) si trova sempre nei pressi del Financial District di San Francisco ma a South Beach e quindi un po’ più vicino all’Oceano.

Il Saison, tre stelle Michelin fin dal 2014, è davvero un locale splendido. Uno di quelli che mi ha colpito di più nel mio roadtrip. E’ unico, semplice. Moderno. Nelle persone che lo frequentano, nell’arredamento, nel modo di gestire un’attività di questo livello.

Per cominciare la cucina è totalmente all’aperto: di fronte ai fornelli c’è una brigata di almeno 25 ragazzi. Ognuno dei quali sembra avere un compito specifico. Per quanto la brigata sia davvero corposa, non c’è confusione in cucina. Tutto fila dritto con un rigore che lascia a bocca aperta. Laurent Gras, lo chef, nonché co-proprietario del Saison, sembra elettrico. Tarantolato. Vola da un lato all’altro del suo spazio di lavoro come farebbe Ronaldo. E del Cr7 mondiale conserva eleganza e portamento. Oltre che il talento.

La location, come accennavo in precedenza, è molto semplice: in stile industrial. Il soffitto, altissimo, mostra travi in legno scoperte e anche il condotto dell’aria condizionata. Le casse, intanto, riproducono una musica meravigliosa: gradevole per volume e intensità, è frutto di un playlist ricercata e studiata. Come tutto all’interno del Saison. La sala si compone di una decina di tavoli: potranno ospitare una quarantina di commensali, a loro volta serviti da una dozzina di ragazzi.

Il menu, per larghi tratti incentrato sulla cottura a fuoco di legna e prodotti stagionali, cambia molto spesso. Io decido di lasciarmi coccolare da camerieri e maitre di sala che mi propongono anche un pairing di vini. Accetto senza battere ciglio.

La prima portata è il Pacific cherry salmon with heart of palm: si tratta di un sashimi self made, cioè da realizzare da soli. Ci abbiniamo un sake Junmai Daiginjo “Shuhari” di Kyoto. Splendido. Mi sto sempre più appassionando a questo tipo di proposta alcolica.

Il sipario, poi, si apre subito su un grandissimo piatto: Halibut with peas and citrus. Leggermente affumicato, il pesce norvegese è servito con una salsa al sentore di agrumi e piselli freschi. Squisito.

Passiamo agli asparagi con spugnole (accompagnato da un calice di Domaine Weinbach Muscat Reserve, Alsazia, Francia 2016, un bianco secco ma succoso che al naso vanta note di frutta fresca) e al Lobster and Lamb rice crisp with river vegetables. Parliamo di una tartare di agnello e astice con un soffiato alle erbe. Rimango a bocca aperta: piatto da top di gamma! Lo degusto pasteggiando con un Vinudilice, I Vigneri Etna Rosato, Sicilia, 2017.

Continuiamo con il blackcod servito con la sua stessa pelle e delle castagne fermentate e il sea urchin on grilled bread. Si tratta di un pane bagnato con il succo dei ricci di mare, gli stessi che gli vengono adagiati sopra. Va mangiato con le mani, cosa che ti fa sporcare parecchio ma tutto è “sistemato” dal gusto. Superlativo. Ci abbino un Arnaud Lambert Saumur Blanc Coulée de Saint Cyr (Valle della Loira, 2014): bianco dal colore giallo chiaro, minerale e con un finale al gusto di vaniglia.

Chiudiamo con l’abalone con ravanello intero, bisonte con bun e salsa xo e soprattutto il Wagyu. Meraviglioso. Tre le bottiglie da abbinare: Forstmeister Geltz Zilliken Riesling del 2014, Spring Mountain Cabernet Sauvignon della California del 2018 e lo Chateau Troplong Mondot, un Bordeaux del 2016.

E’ il momento dei dessert: fragole selvatiche con rabarbaro, mirtilli con una crema di cocco e gelato al vapore affumicato nel loro caminetto.

Pagato il conto e raggiunta nuovamente la strada alla ricerca di un taxi, mi ritrovo con uno splendido sorriso stampato sulla faccia. Saison, ripeto, è uno dei ristoranti più interessanti in cui abbia mai mangiato. Sicuramente tra i migliori di San Francisco. Senza timore di smentita, il migliore a livello tecnico.

Voto finale: 4 barbe e mezzo.



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