Andrea Aprea, guardare al futuro senza dimenticare le origini

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Lo chef bistellato ci parla del suo Vun: a Milano si parla straniero ma si mangia italiano

 

Lo avevamo intervistato già stellato ma Andrea Aprea è uno chef in continuo divenire. La prima presenza sulla Rossa risale al 2012 e, a distanza di cinque anni, si raddoppia. “Non esiste la ricetta del successo: occorre costanza e creatività”. Nonostante abbia solo quarant’anni, ha raggiunto la pace dei sensi a livello professionale e si risparmia commenti sui colleghi, “quelli li lascio ai critici”.

Oggi lei si sente un Vun, un numero uno in cucina?

“Le autocelebrazioni le lascio agli altri. Il nome Vun del ristorante è stato da subito in contrasto con il mio accento napoletano: è molto diretto e immediato”

Cosa significa aver ottenuto la seconda stella?

“È un premio per quello che hai fatto, non per quello che farai domani. È una ricetta che bilancia costanza e passione”

Il piatto che meglio la rappresenta?

“La caprese. Il dolce salato che preparo da sempre. Chissà se avrò conquistato così gli ispettori”

Che tipo di cucina è la sua?

“Italiana al 100%. C’è molta applicazione tecnica ma assenza di contaminazione. Una cucina che vuole continuare a trasmettere la nostra cultura”

Quella del futuro?

“Tutto il mondo sta facendo dei passi avanti nel modo di comunicare ma si cerca di trovare la naturalezza delle cose, la genuinità. Torneremo a un ragionamento più sano”

Quanto conta la ristorazione nell’hotellerie di lusso?

“Il ristorante deve avere un’anima a sé. Non bisogna fare confusione. Per il momento siamo all’Hyatt Park, in futuro mai dire mai”

Quali novità in serbo?

“C’è tanta voglia di godersi il momento e fare bene. Abbiamo una grossa responsabilità: testa bassa e lavorare. Chi non semina non raccoglie”

 

Andrea Martina Di Lena

 

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