Cucina futurista: cosa aveva anticipato Marinetti

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Novant’anni fa Filippo Tommaso Marinetti scrisse il Manifesto della Cucina Futurista che oggi rivive nelle trattorie italiane

Tommaso Marinetti, del quale oggi ricorre l’anniversario della morte (2 dicembre 1944), oltre a essere il padre del movimento futurista, è stato una delle personalità più eclettiche del Novecento. Il suo interesse spaziava dall’arte alla letteratura, passando per il settore gastronomico in cui ha lasciato traccia. Infatti, circa 20 anni dopo la pubblicazione del Manifesto Futurista, il 28 dicembre 1930 Marinetti e Fillìa, pseudonimo di Luigi Colombo, pubblicarono sulla Gazzetta del popolo di Torino il Manifesto della Cucina Futurista. Gli stessi aspetti che il movimento applicò al contesto artistico-letterario vennero traslati anche su quello culinario. Quindi, secondo Marinetti “Si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia” e solo attraverso un’alimentazione corretta e priva di pastasciutta l’uomo sarebbe potuto essere dinamico, agile e snello. 

Dopo aver impresso il dinamismo nell’arte e aver sovvertito le regole della pratica letteraria, il movimento futurista voleva imprimere il proprio credo anche nella cucina, cercando “un’originalità assoluta delle vivande” e un’armonia tra i loro sapori e colori.  Essenziale, però, era il coinvolgimento e l’esaltazione di tutti i sensi, per questo durante il pasto venivano usati profumi e musiche. Inoltre, l’assenza di posate, costringeva a prendere il cibo con le mani permettendo, così, di coglierne le varie consistenze. 

A un anno dalla pubblicazione del manifesto, Fillìa, fulcro del futurismo torinese, decise di aprire, l’8 marzo 1931, all’ombra della Mole Antonelliana il primo ristorante futurista: la taverna del Santopalato. “L’avvenimento – sosteneva Fillìa all’inaugurazione del ristornate – assumerà un’importanza eccezionale, la data del quale rimarrà impressa nella storia dell’arte cucinaria così come indelebilmente son rimaste fissate, nella storia del mondo, le date della scoperta dell’America, della presa della Bastiglia, della pace di Vienna e del trattato di Versailles”. 

La cucina del Santopalato si adeguava totalmente ai precetti gastronomici del futurismo. Durante la sua inaugurazione agli invitati venne presentato un menu di 14 portate creato da Fillìa, in collaborazione con i cuochi Ernesto Piccinelli e Celeste Burdese, e basato sulle ricette proposte da Marinetti. Tra i piatti presentati quello che più fece scalpore fu il Carneplastico, descritto nel manifesto come “Una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita e ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro veniva poi disposto verticalmente nel centro del piatto e incoronato da uno spessore di miele, quindi sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggiava su tre sfere di carne di pollo”. 

I partecipanti dell’epoca non furono entusiasti della cena e il ristorante dopo alcuni anni fu costretto a chiudere. Nonostante ciò, questo movimento è stato ripreso da alcuni ristoranti, la Cloche 1967 a Torino o Santopalato a Roma per citarne due, che propongo una cucina di esplicita ispirazione futurista, sia nei piatti che nell’architettura del locale.

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