Let’s Twist, al ritmo di un tapear tutto italiano

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Il ristorante londinese di Eduardo Tuccillo è un inno alla cucina italiana oltremanica

Mai nome di un ristorante fu così rappresentativo del suo spirito. Prendiamo il ballo come significato di questa parola, nato dal hit di Chubby Checker che recitava: 

“She really knows how to rock

She knows how to twist

Come on and twist”

È Eduardo Turcillo and we came and twisted. Siamo nella prestigiosa zona londinese di Marylebon. Il locale è piccolo e tutt’altro che marylebonemente sfarzoso: arredo essenziale, vecchi tubi e cavi di lampadari, o meglio dire delle lampadine, a vista, porte scrostate alla vecchia Italia e niente tovaglie sui tavoli. Sulla parete una grande lavagna recita, con la grafia in gessetto, i piatti extra della giornata.

Il calore invade appena si varca la porta: fluisce in sottofondo una bella selezione musicale, il fruscio delle voci dei commensali è fervido e ambrato, in lontananza Eduardo con la sua squadra si muovono armoniosamente tra i fornelli. Ci sentiamo immediatamente a nostro agio e una bottiglia di vino si fa desiderare. La lista dei drink è contenuta ma ben fatta: qui si spazia tra cocktail, vini con referenze più o meno da tutto il mondo e anche una valida proposta di etichette dolci e fortificati al calice da accompagnare con dessert e formaggi.

Eduardo Tuccillo ha aperto la sua cucina ai londoners nel 2014 e da allora il suo ristorante è sempre pieno. Nato nella costiera amalfitana, lo chef ha viaggiato a lungo, sperimentando gastronomie più innovative e di mani solide: Iaccarino, Adrià, Ducasse. La sua cucina è la sublimazione di tutto ciò con materia prima selezionatissima: profondamente italiana con un tocco più ampiamente mediterraneo e indole sperimentale che si basa sulla consapevolezza salda della propria identità di chef.

Il vicino di tavolo, apparentemente un habitué del ristorante, insiste nel farci assaggiare le “Frittelle di patate, formaggio e ‘nduja”: delicate e soffici con nitida piccantezza aromatica dell’insaccato. Lo ringraziamo, “sharing is caring”, risponde lui. Individuiamo nelle sue parole lo spirito della cucina del Twist. I piatti, quasi tutti realizzati alla maniera di tapas, sono rigorosamente da condividere, ci spiega la bellissima Giulia, moglie di Eduardo, nonché abile e valente oste. 

Arrivano, uno alla volta, con giusto stacco di tempo tra le portate, il “Polpo, aglio nero, cavolfiore, lardo di Pata Negra”, le “Tagliatelle nere con le vongole”, poi i “Carabineros, aglio, finocchio, peperoncino” e infine il “Brasato in salsa di cacio”. Si potrebbe fare un’accurata descrizione organolettica di ogni piatto ma in questo caso sembra più appropriato dire che tutte le pietanze erano, nella loro diversità, d’autore. La riconoscibilità e la solidità dello stile è, forse, ciò che consacra la grandezza di uno cuoco e determina il successo di un ristorante. C’è poco altro da aggiungere se non un elogio particolare al dessert descritto semplicemente come “Ananas, crema pasticcera, cioccolato e mela”: un piccolo e goloso capolavoro, sia dal punto di vista del sapore, che da quello visivo. Chapeau, chef! 

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