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Pizza, burger e motori per i fratelli Arcangeli con una consulenza di fama mondiale

 

 

Al civico 19 di via Popolunia Alfredo e Mario alzano la loro saracinesca ogni sera, mentre i negozi chiudono, i clacson del rientro dal lavoro suonano impazienti e gli amici, intanto, scelgono dove andare a mangiare. Dietro al bancone c’è Alfredo, riservato, forse anche timido, ma ha un’aria buona e accogliente. Insieme al fratello, ingegnere non a caso, hanno dato vita alla loro “sala giochi” culinaria, uno spazio colorato, inaspettatamente <car friendly>. La brand identity di Officina è stata curata da Repubblica Gastronomica, agenzia grafica romana nota nel settore.

Conosciuto come pub del quartiere Appio-Latino, Officina sta cercando di superare questa etichetta e dimostrare che dietro un hamburgher e una pizza c’è di più, in primis la ricerca della materia prima. “Siamo sempre stati appassionati di cucina e, nel tempo, abbiamo deciso di diventare pizzeria e anche ristorante, per dare una scelta più ampia ai nostri clienti ma senza perdere di vista la qualità di quello che offriamo. La carne proviene dalla macelleria Sartor di Testaccio, la pasta che usiamo è del pastificio Mancini, il pane è di Bonci, le verdure e le uova provengono da piccoli produttori laziali” afferma Alfredo. C’è stato un incontro che, però, ha cambiato le sorti di Officina, collaudando anche quel forno spento. A prima vista un comune cliente, in realtà uno dei maggiori esperti di pizza napoletana e campione del mondo di quella in teglia, Marco Lungo aveva scelto Officina per “provare la birra”, come racconta, e da quel boccale ne è nata una consulenza. “Una pizza moderna” per Officina, altamente digeribile e indimenticabile con i suoi nomi da “carrozzeria”. Da segnalare la Sfiammata, ma attenzione al Carolina Reaper, il peperoncino più piccante al mondo. Sfogliando il menù all’indietro, gli antipasti non sono da sottovalutare: il supplì che fila ma non unge all’nduja, raro esemplare dove l’ingrediente calabro è generosamente amalgamato al riso. Sempre un piatto romano, il baccalà in pastella, colpisce prima l’occhio per l’uso di farina al carbone vegetale, ma subito dopo il palato per la non eccessiva sapidità che trova un’alchimia perfetta e inattesa, con la crema di banana. I palati più curiosi possono azzardare con il donut burger che suggerisce condivisione e calorie non quantificabili.

Officina ha un nome facile da ricordare, un logo accattivante, dei dettagli che rapiscono e una cucina con un ottimo potenziale. Se è vero che gli abitudinari tornano non sempre dove si mangia bene, ma dove si è stati meglio, Officina non sarà una “ruota di scorta”.

 

Andrea Martina Di Lena

 

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