Chi è e che cosa fa un Biersommelier

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Simonmattia Riva, campione mondiale di Biersommelier nel 2015, spera di farsi valere non solo come birraio ma anche come degustatore

Qualche mese fa sulla riviera romagnola sono andate in scena le finali del sesto campionato mondiale dei sommelier della birra. La kermesse, organizzata dalla Doemens Akademie in partnership con l’italiana Arte-Bier di Stefan Grauvogl, ha visto trionfare per la prima volta una donna: la giovane e preparatissima tedesca Elisa Raus è stata eletta nuova campionessa mondiale dei Biersommelier.

Per comprendere meglio la figura del Biersommelier e la sua posizione nel mondo della ristorazione, Simonmattia Riva, campione del mondo di categoria nel 2015, ha spiegato chi è e cosa fa.

Come si fa a diventare Biersommelier?

“L’unica realtà formativa abilitata a rilasciare il titolo di Biersommelier è la Doemens Akademie di Gräfelfing, vicino Monaco di Baviera. Questa Accademia forma mastri birrai da più di 100 anni e Biersommelier dal 2004, quando il corso è stato istituito dall’allora direttore Wolfgang Stempfl. In Italia l’Accademia è rappresentata da Arte-Bier di Stefan Grauvogl, grazie a cui, da 10 anni, è possibile seguire il programma in italiano. Il corso italiano prevede la frequenza intensiva di due settimane non consecutive, una a Gräfelfing presso la casa madre e una in Italia a Santarcangelo di Romagna. In questo periodo, oltre a seguire le lezioni, si sostengono svariati esami, superati i quali ci si può fregiare del titolo di Biersommelier. Naturalmente il corso è indispensabile, ma senza una feroce passione per la materia e il desiderio continuo di imparare si rischia di restare lettera morta…”.

Cosa fa il Biersommelier oggi nella ristorazione?

“In Germania è una professione ormai consolidata, sia in birrificio, come supporto per il miglioramento della qualità dei prodotti, che nel mondo della ristorazione come consulente. In Italia siamo ancora ai primi passi su entrambi versanti: pochi “illuminati” birrifici artigianali stanno cominciando a capire l’importanza di avvalersi di figure esperte per il controllo della qualità dei prodotti mentre nel mondo della ristorazione dobbiamo ancora lavorare molto per far capire sia ai professionisti del mondo birra che a chef e ristoratori il potenziale degli abbinamenti cibo/birra, potenziale che è perfettamente intuito dai clienti finali, che spesso rivolgono domande in questo senso”.

Nell’ultimo concorso netto predominio dei paesi dell’Europa centrale. Secondo lei, perché nessun italiano è riuscito ad arrivare in finale?

“Dobbiamo potenziarci sulle tre prove organolettiche oggettive (riconoscimento alla cieca di stili e difetti, multiple choice) perché, una volta saliti sul palco, sappiamo destreggiarci bene con il public speaking: ovviamente se riuscissimo a portare in semifinale più italiani le nostre chance di conquistare un’altra vittoria aumenterebbero esponenzialmente. Quest’anno abbiamo raggiunto la semifinale con il nostro Tobias Tratter, così come due anni fa a Monaco Matteo Toso era entrato tra i dieci semifinalisti ed era riuscito a vincere lo scontro diretto accedendo alla finale, in cui aveva sfiorato il podio”.

Dopo la vittoria del 2015, è cambiato il suo approccio al mondo brassicolo?

“La passione iniziata con l’assaggio della mia prima Chimay Blu non si è mai sopita anche se le mie scelte accademiche erano state ben lontane dal professionismo birrario – sono laureato in filosofia -, e in un momento di appiattimento e di poca soddisfazione per il mio lavoro precedente ho deciso di frequentare il corso da Biersommelier per avere uno strumento in più con cui mettermi in gioco. Poco prima di quel avevo avuto l’opportunità di iniziare a lavorare in un piccolo locale specializzato (il Beer Garage di Bergamo) che da qualche mese è diventato anche mio. Ovviamente la vittoria al mondiale mi ha permesso di essere riconoscibile a livello mondiale e mi ha dato l’opportunità di poter collaborare con testate di settore ed essere invitato a giurie birrarie internazionali. La speranza principale è quella di aver fatto qualcosa di buono per il movimento birrario artigianale italiano e di aver dimostrato che possiamo farci valere non solo come birrari ma anche come degustatori”.

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