Gragnano per due

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C’è un luogo in Italia, dove la pasta e il vino condividono l’identità del suo terroir

Rannicchiata ai pendii del Vesuvio, si specchia nelle azzurre acque del golfo più romantico del mondo: Gragnano. La “Città dei maccheroni” già alla fine del ‘800, fu l’unica ad aver il privilegio di fornire la pasta alla tavola dei reali allora, ed è l’unica a vantare il marchio europeo IGP per la pasta, adesso. “Oro bianco”: deve la sua eccelsa qualità al calore del giorno, al vento che soffia da Castellammare e alle maestranze gragnanesi. “Sole pieno che batte, fino al tramonto, dalla pianura di Pompei, sulle alture di Lèttere, Pimonte, Sant’Antonio Abate, i luoghi tipici del Gragnano”, descriveva così Mario Soldati il terroir del vino di Gragnano, “il tradizionale vino dei veri napoletani” della DOC Penisola Sorrentina.

In questo habitat dei torcularium per pigiare le uve e dei dolium di terracotta per la fermentazione e la conservazione del vino dell’epoca romana, l’uva si è sempre coltivata a tendone sui terrazzamenti dei Monti Lattari, permettendo così ai contadini di piantare ortaggi nell’ombra della vite. Dalle uve di Piedirosso, Sciascinoso (Olivella), Aglianico, Suppezza e Castagnara si faceva vino soprattutto per il consumo familiare e per essere venduto ai mercanti napoletani che giungevano a Gragnano ogni autunno per la consueta “trafica del vino” novello nelle botti sui traìni verso Napoli. Così fino circa il 1960. Fazzoletto di terra di difficile meccanizzazione, Gragnano sfuggì all’industrializzazione del vino, passando dall’essere un prodotto contadino a quello artigianale oggi, con poco meno di 20 cantine in tutto. Raffaele La Mura di Poggio Delle Baccanti torna a produrre il metodo ancestrale, riprende quella che è la vera anima del vino di Gragnano. In vigna la raccolta è manuale, si selezionano i grappoli di mezza collina a circa 350 m s.l.m., dove l’escursione termica diurna dà i maggiori risultati alla complessità dei profumi e all’acidità; un lavoro certosino in cantina completa il processo verso la qualità.

Il vino di Gragnano, brioso e leggiadro, servito rigorosamente freddo, va a nozze con pasta, pizza, formaggi freschi e salumi, ma anche pesce e piatti di mare di cui la regione è ricca. “Se non si recuperano due vongole per strada di ritorno a casa, si fa a’ barzanella, tipica pasta del luogo con pomodoro fresco e l’allacciata di lardo di maiale, che la schiuma del Gragnano gestisce a meraviglia”, spiega Raffaele, esultante della “seconda gioventù del Gragnano”, richiesto oggi anche dalla ristorazione estera per la sua genuina tipicità. Succoso e naturalmente spumeggiante, di color rubino smagliante, profuma di frutta rossa, di erbe mediterranee, di mare. A volte abboccato, è un vino schietto e disinvolto, allegro e malinconico. “Da goderselo al tramonto, posto nel secchiello con ghiaccio”.

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