Hot toddies, ovvero cocktail d’inverno

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Cosa pensano i tre bartender Francesco Cione, Salvatore Scamardella e Giulia Castellucci, degli hot toddies: una tendenza che in Italia non capita

I rimedi della nonna, li chiamano i saggi. Gli Hot Toddies vengono chiamati da chi, anche in inverno, non rinuncia a farsi un cocktail. Una bevanda alcolica consumata nei mesi più freddi dell’anno che molto probabilmente è stata addirittura brevettata da un omonimo medico irlandese, per combattere i malanni di stagione con stile e sobrietà.

“Quando si parla di bevande calde in Italia non si può non pensare alla tradizione dei vini riscaldati come il vin brulé”, commenta Francesco Cione, bartender dell’Octavius Bar di Milano e vincitore del Diageo Reserve World Class 2015. “Questa tipologia di cocktail è indicata per un utilizzo più domestico e non al consumo da bancone di un cocktail bar”, aggiungendo che la creazione di un hot toddy è complessa e va fatta con strumenti più casalinghi come un bollitore. “Non è un tipo di drink che si può creare nell’immediato. Nell’ambito del bar ci si può avvicinare agli hot toddies attraverso bevande calde servite in prossimità della stagione invernale come cocktail di assaggio.”

Sull’argomento anche Salvatore Scamardella, bartender del Piazza Vanvitelli Experimental Bar di Castellammare di Stabia e vincitore del Diageo Reserve World Class 2019. “Io sono un wiskylover e propongo cocktail simili. Abbiamo preso come esempio da rivisitare il famoso Blue Blaizer del maestro Jerry Thomas”. Per lui è importante scegliere bene il drink e abbinarlo al piatto. E sul futuro degli hot toddies: “Spero che possano tornare sul mercato. Sarebbe interessante, il cliente gusterebbe qualcosa di diverso dai cocktail freddi che si servono normalmente. Possiamo farli rinascere”.

Anche Giulia Castellucci, bar manager del locale Co.So. di Roma e protagonista nel nuovo programma di LA7d “Drink me out”, fornisce le sue opinioni su questa bevanda calda, poco sviluppata in Italia. “Sono drink che raramente si vedono nei menu. La difficoltà è nel tenerli caldi. Bisogna avere gli strumenti giusti. Inoltre, devono essere contestualizzati e bisogna anche saperli vendere”. Non è scontato, quindi, che un hot toddy venga accostato a un cibo proprio per la sua complessità. “Questi drink vengono serviti specialmente nella tradizione dei paesi nordici come benvenuto. In luoghi come Roma è più difficile trovarli, ma non impossibile”. 

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