Per Villa Bucci il biologico non è una moda ma uno stile di vita

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Una storia agricola che dura da oltre due secoli, un unico modo per dare vita a un prodotto di qualità

 

Siamo nelle Marche, a Montecarotto, uno dei Castelli di Jesi. È difficile osservare con meticolosa attenzione i quattrocento ettari di terra di Villa Bucci: si perdono a vista d’occhio sulle eleganti colline marchigiane. Rimbalzando tra vallate e pendii, il nostro sguardo percepisce una coltura in organic growing assai diversificata. Sono venticinque gli ettari in zona DOC classica dedicati alla coltivazione del Verdicchio, padre del Verdicchio Castelli di Jesi DOC, tutti coltivati in regime biologico.

Dal 1700 la famiglia Bucci ha dedicato le sue energie alla vita bucolica. Attenta alla vigna e al prodotto finale, la famiglia prese coscienza del fatto che, negli anni ’70, la coltivazione di allora aveva inquinato totalmente la terra: basta pensare all’atrazina, “un diserbante che rimarrà nei terreni per almeno duecento anni”. Il concime raddoppiava la quantità, ma inaridì totalmente la terra, uccidendo, oltre che la flora, la fauna endemica della vite: i vermi, organismi vitali per la coltivazione e per la vita, come aveva già intuito Charles Darwin nel 1881. “Inquinate per sempre”, le zone agricole, dovevano superare il gap tra produttività e qualità; oggi invece è il consumatore il principale interprete di questa diatriba agricola. Da qui l’impulso a produrre in organic growing.

A proposito di bio e di futuro: il vino bianco sembra essere destinato a raggiungere la quantità del rosso nel mondo e di certo, il Verdicchio Castelli di Iesi DOC, seppur prodotto “in limitate quantità”, ha davvero “un bel futuro davanti”. Si tratta di un vitigno di “un certo corpo, di una certa riconoscibilità e acidità”, presenta una longevità mai riscontrata nei vini bianchi. Oggi il Verdicchio non è più un vino novello, bensì una bottiglia che resiste bene al tempo.

“Abbiamo una vigna completamente biologica e certificata da ventuno anni, forse siamo stati tra i primi a farne una. Il biologico lo si può fare sempre bene, se c’è la totale gestione della filiera”, ci racconta Ampelio Bucci, che, ci fa campire bene, non ama le etichette: “Non scrivo biologico sulle etichette, perché non voglio usarlo come strumento di promozione”; insomma, “bevi il mio vino perché ti piace”, non solo perché è biologico, ci confessa sorridendo Bucci. E così, “le viti ringraziano”, ma anche il consumatore, perché può così degustare un vino bio senza troppi fronzoli o riverenze.

“Il bio come stile di vita e non come moda”, dunque. L’azienda, in collaborazione con la cooperativa biologica La Terra e il Cielo, mette a disposizione ogni anno ben venti ettari da coltivare in regime biologico: grano, farro, legumi sono i principali protagonisti. D’altronde, se il biologico raddoppia i costi, nel mondo vitivinicolo “è l’unica strada sicura e futura di tutti”, perché se prodotti agricoli come il grano, il farro o i legumi, sono dei commodity, ossia facilmente interscambiabili e vendibili ad aziende terze,  il vino invece è un prodotto artigianale, la cui filiera si può controllare al cento per cento.

Valentina Forte

 

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