“Reliquia”: la Sicilia riporta in auge gli antichi vitigni autoctoni

Vegas Uncork’d by Bon Appétit: il Summit sulla ristorazione americana
09/05/2019
Dal Vinitaly a Lazio Prezioso: vi presentiamo L’Avventura
09/05/2019

Inzolia Nera, Lucignola, Orisi, Usirioto, Vitrarolo e Recunu: questi vini, un tempo messi “da parte”,  sono oggi al centro  dell’attenzion e con il progetto  di “Valorizzazione dei Vitigni Autoctoni Siciliani” 

La Sicilia, terra importante per la produzione vitivinicola ha deciso di dare nuova vita ai così detti “vitigni reliquia”. Rappresentano l’emblema della vasta biodiversità della vite siciliana.  Inzolia Nera, Lucignola, Orisi, Usirioto e Vitrarolo e Recunu (l’unica a bacca bianca): sono questi i sei vitigni antichi che sono stati riscoperti recentemente.  Ed è proprio grazie a questi, e ai vini che vengono prodotti con questi uvaggi, che il vasto mondo enologico siciliano si arricchisce ulteriormente. 

Ciò che li caratterizza sono le inedite peculiarità organolettiche tali da renderli riconoscibili e unici.  Si tratta di vitigni autoctoni che fino al XX secolo hanno avuto una grande produzione nel territorio siciliano. Infatti, in seguito all’attacco della fillossera, la peste bubbonica della vite, la loro produzione è andata completamente distrutta. O quasi. Lungo tutto il territorio c’è stato qualche vitigno che si salvò da quella strage di uve.  

Ad oggi, un gruppo di esperti fra cui enologi, agronomi e agricoltori hanno deciso di rintracciare nel territorio siciliano questi vitigni “reliquia” che rappresentano una testimonianza dell’antico patrimonio vinicolo siciliano, per poterne studiare la genetica.  Così, è nato il progetto “Valorizzazione dei Vitigni Autoctoni Siciliani”, condotto dalla Regione Siciliana Assessorato dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea Dipartimento Regionale dell’Agricoltura, con l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel novembre scorso. Si attende ora l’autorizzazione di Igt e Doc per debuttare in bottiglia ed etichetta.

 
Fra coloro che hanno condotto la ricerca c’è Attilio Scienza, luminare della ricerca in viticoltura, il quale ha dichiarato: 

“Quando nel 2003 l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Sicilia affidò alle Università di Palermo e di Milano e all’Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma il coordinamento scientifico e il monitoraggio delle azioni operative del Progetto di selezione clonale e di recupero dei vitigni antichi dell’Isola, pochi avrebbero scommesso che nel giro di qualche mese si sarebbe riusciti a identificare e caratterizzare fenotipicamente qualche migliaio di presunti cloni dei principali vitigni in coltura. Oltre a una cinquantina di varietà, delle quali fino ad allora non si conosceva neppure l’esistenza”.

Lo studio di questi vitigni reliquia  ha consentito di fare una vera e propria ricostruzione del pedigree della viticoltura siciliana. Il risultato?  Fra gli avi più importanti ci sono il Sangiovese e il Mantonico. Tutte queste informazioni sono davvero preziose perché consentono di studiare e recepire tanti dati relativi al cambiamento climatico. Infatti, questi vitigni hanno assistito nel passato a periodi molto caldi e di conseguenza oggi sono un’importante riserva genetica. Lo studio prosegue proprio con il monitorare il loro comportamento nei diversi areali di coltivazione della regione.

Ma come si è passati dal progetto alla produzione in bottiglia? Tante aziende vitivinicole hanno visto il loro grande potenziale e hanno deciso di intraprendere questo percorso. Molti di questi vitigni ritrovati sono stati poi impiantati in campi sperimentali e per alcuni di questi è stata portata anche una sperimentazione di micro vinificazioni. I primi impianti sono stati fondamentali per capire le potenzialità sia enologiche che agronomiche dei “reliquia”. I risultati odierni sono davvero ottimi sia dal punto di vista qualitativo, che in termini di colore, complessità del vino e struttura. Fra i migliori, quelli del Vitarolo e  Lucignola, oltre ai nuovi cloni di varietà autoctone come il Nero D’Avola, frutto dello stesso progetto di ricerca .  

E’ evidente quanto sia straordinario il lavoro fatto in oltre tredici anni di ricerca sul campo e in laboratorio: questo ha permesso di ricostruire l’identità della vite siciliana che grazie al clima e ai suoli più diversi, si è sviluppata e diffusa in varie maniere.

Nel 2019 questi vitigni sono iscritti al Registro Nazionale delle Varietà  e attendono di essere autorizzati dalla Regione Sicilia per l’inserimento nelle Doc, e quindi prodotti. I dati confermano che negli ultimi vent’anni la Sicilia del vino si è fatta notare in campo nazionale e internazionale. Questi vitigni reliquia dimostrano chiaramente che questa regione ha molto di più e, soprattutto, che ciascuno di questi ha una lunga storia da raccontare, una storia profondamente legata alla terra e agli uomini che l’hanno abitata.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *