“Un viaggio nel sake”, alla scoperta del sapore “umami” della civiltà nipponica

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L’epifania di Gaetano Saccoccio dal “retrogusto dolce e amaro del Giappone”

 

Descriverlo è difficile, etichettarlo impossibile, ma leggerlo è un vero tsunami di emozioni primordiali e saperi reconditi. Lui è Gaetano Saccoccio, barba lunga da vero saggio, “filosofo del vino” come si caratterizza nel suo blog “Natura delle cose”, e amante del “bere giusto ma bene”.

 

Domanda d’obbligo: quando si scopre degustatore?

“In verità più che una scoperta è una sorta di riscoperta o rinascita continua. Bisognerebbe rieducare il palato e gli altri sensi. Non parlo solo di una pratica giornaliera per professionisti ma di esercizio d’igiene fisica e mentale per ogni consumatore avveduto”.

 

Quando, come e perché si è avvicinato al mondo del sake?

“È una storia piuttosto recente, gli ultimi 4, 5 anni. Andando spesso per lavoro ad Hong Kong ho frequentato varie fiere internazionali di wine & spirits. Così ho cominciato ad incuriosirmi al sake “vino di riso” o nihonshu come sarebbe più giusto definirlo”.

 

E’ stato diverse volte in Giappone: cosa la affascina di questa terra?

“Per me il fascino più magnetico si annida nella contrapposizione degli opposti, le contraddizioni di tutto il nostro mondo attuale”.

 

Che tipo di sake scelgono gli italiani?

“Non c’è ancora una grande diffusione della cultura del sake in Italia. Il problema principale è l’etichetta, ovviamente scritta in giapponese. Ho fatto prove divertenti mettendo in parallelo vino e sake con alcune ricette regionali: pici aglione, pasta alla amatriciana, coniglio alla cacciatora”.

 

Un brindisi?

“Itadakimasu: augurio di buon appetito all’inizio di un pranzo o una cena per “ricevere con umiltà”.

 

“Il fascino del Giappone si annida negli opposti”

– Gaetano Saccoccio –

Andrea Martina Di Lena

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