Vini macerati aka “Orange Wines”

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Né rossi, né bianchi, né rosè: nel 2020 si berrà sempre più orange

A differenza di Visciolata o di Perry, Orange Wine non è fatto di arance. Ma questo lo sapevate già, non è vero? Il nome dei cosiddetti Orange allude al colore del vino benché tale richiamo è ingannevole: il colore dipende molto da svariati aspetti, come il tempo a contatto con le bucce, il tipo di contenitore – argilla, cemento, legno che sia – in cui avviene la vinificazione, le caratteristiche intrinseche dell’uva ecc., pertanto può variare da appena paglierino fino a quasi ruggine. Per questa ragione spesso si presenta sotto la voce “skin contact“, e in effetti, altro non è che vino da uve bianche, in cui il mosto si è rafforzato a contatto con le bucce, estraendo più colore e anche i tannini, totalmente assenti nei vini bianchi. “Trovo nome orange poco rispettoso nei confronti dei vini macerati, che sono il risultato di un procedimento complesso, dove il colore è parte poco significativa come lo dimostrano i vini macerati per lunghi periodi rimanendo paglierini e vini macerati per pochi giorni che diventino ambrati”, afferma Sandro Sangiorgi, fondatore del progetto Porthos, voce autorevole nel mondo dei vini naturali. “La macerazione sulle bucce per i bianchi è una pratica molto antica, tutti vini bianchi erano macerati prima dell’invenzione delle presse soffici che permettono di avere il mosto senza estrazione del colore. Da circa quindici anni la macerazione è stata reintrodotta nell’ambito dei vini naturali per favorire le fermentazioni spontanee. Ciononostante è ormai documentata un’identica opportunità realizzabile anche dal mosto fiore delle pressature soffici”.

L’Italia è la nazione dove i macerati rifioriscono sulle radici georgiane, grazie soprattutto a Josko Gravner, seguace della filosofia olistica steineriana, che decide 20 anni fa, contro ogni tendenza dell’epoca, di vinificare le uve secondo millenaria tradizione enoica della Georgia e importa da là i qvevri. Questi ultimi sono delle grosse giare di terracotta, interrate per evitare al vino gli sbalzi termici, seguendo un percorso spontaneo di vinificazione senza abuso di tecnologie con le uve rigorosamente e naturalmente sane da non compromettere il risultato finale. I vini di Gravner oggi sono vini iconici, il benchmark nel segmento dei macerati, e sono numerosissimi i suoi discepoli a far apprezzare macerati italiani nel mondo. “Purtroppo, ci sono interpretazioni per nulla naturali di chi cerca cavalcare l’onda della moda senza preoccuparsi dell’indole di questi vini”, mette in guardia Sandro Sangiorgi.

Inizialmente vino da wine geeks, oggi lo chiamano vino dei millennials. Le sue caratteristiche sono: l’essere anticonformista, mai scontato né di facile interpretazione; è invece cervellotico, talvolta nudo nelle sue imperfezioni, mutevole e provocatorio. Non è certamente Coco Chanel del vino e neanche Zara, è piuttosto un capo da design identitario e comunque di una nicchia consapevole che rende unica l’esperienza di indossarlo. Ed è proprio questo il motivo, non essendo un fenomeno degli ultimi giorni, per cui lo inseriamo tra le tendenze del nuovo anno: è un “experience wine” atto a riempire di sensi le vostre serate.

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