Le birre più particolari del mondo e non di solo luppolo

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Un viaggio alla scoperta delle birre più particolari del mondo. Ingredienti speciali, nuove sperimentazioni e gusti mai provati 

Vi ricordate quando bastava chiedere una chiara, una rossa o una scura? 

Si sa, le cose cambiano ed anche rapidamente e sempre più mastri birrai appassionati ci offrono infinite possibilità. Facciamo un salto indietro. Siamo nel 1516 e ad Ingolstadt in Baviera, Guglielmo IV, regolamenta come deve essere fatta la birra. Con il suo “dettame di purezza” decretò che andava prodotta solo con acqua, orzo e luppolo. In tutto questo tempo le cose sono state stravolte e il mondo della birra si è aperto a numerose sperimentazioni e realizzazioni. Ne abbiamo trovate talmente tante che sceglierne alcune non è stato semplice. Non possiamo garantire sul gusto ed alcune rischiano anche di urtare la sensibilità, ma di certo, vista l’inventiva alimentano la curiosità.

Alcune derivano dal mondo animale, come la Hvalur della Brugghús Steðja, nata in Islanda e derivata dai testicoli di balena precedentemente affumicati. Alla sua uscita provocò prevedibili reazioni da parte dell’ambiente animalista. Per rimanere sempre sullo stesso “prodotto” il mastro birraio Andy Brown della Wynkoop di Denver ha sviluppato una ricetta con i testicoli di toro. La Rocky Mountain Oyster Stout è prodotta con malti base del Colorado, orzo tostato, sette malti speciali, luppolo Goldings della Stiria e 25 libbre di testicoli di toro appena affettati e arrostiti.

Spostandoci, ma di poco, troviamo la Mangalitsa big porter, premiata nel 2011 al Great American Beer Festival come migliore birra sperimentale, fatta con vere teste e ossa del maiale Mangalitsa. In queste ultime che abbiamo scelto del mondo animale troviamo anche la Kono Kuro del birrificio giapponese Sankt Gallen che ottiene la sua birra con l’utilizzo di escrementi di elefante. Ai pachidermi vengono fatti  mangiare chicchi di caffè che una volta defecati vengono lavati e riutilizzati per la produzione.

Decisamente meno drastica è stata invece la scelta di un birrificio giapponese, Abashiri beer brewpub dell’Hokkaido, che ha utilizzato il latte per la produzione della sua Bilk. Il nome infatti deriva dall’unione delle parole birra e latte. Il contenuto era composto (ora non è in produzione) da due terzi di birra e il restante da latte. Comunque il birrificio non si è fermato qui e utilizzando, dichiarano, acqua di iceberg, alghe ed altre erbe, riescono a produrre varianti di birra colorata. Le possiamo trovare infatti azzurre, nere, rosa, rosso ciliegia e verde.

Continuando a camminare al confine tra fantasia e realtà troviamo il birrificio Rogue, negli Stati Uniti, che crea la sua Beard Beer utilizzando un lievito selvatico che cresce tra i peli della barba del suo creatore, il mastro birraio John Maier

Non poteva mancare un “tocco” femminile e il virgolettato è d’obbligo in questo caso. In Polonia dei produttori hanno pensato di fondere con la birra la quintessenza della femminilità (cit.). La birra proposta è la Bottled Instict dell’Ordine di Yoni, la prima birra vaginale. In pratica insieme ad acqua, malto, scaglie di legno aromatizzate al cognac, luppoli e lievito la produzione prevede il lactobacillo. Viene prelevato dalla vagina tramite tampone, trattato in laboratorio per evitare contaminazioni di altri batteri e infuso nella bevanda.

Nel nostro paese pizza e birra vanno a braccetto, così, ricalcando questo binomio il birrificio Pizza beer company per un periodo di tempo ha creato la Mamma mia! pensando bene di aggiungere al mosto in infusione una pizza margherita condita con pomodoro, basilico, origano e aglio. Il risultato è una birra che sa di pizza. Sembra non essere più in produzione quindi, il verdetto deve essere stato: meglio tenere le due cose separate!

Infine un tocco di italianità per la Saison del birrificio Oxbow brewing che in collaborazione con Giovanni Campari mastro birraio del Birrificio del Ducato produce una birra all’aragosta. Il crostaceo della zona del Maine viene lasciato cuocere nel mosto per ottenere proprio il suo delicato retrogusto.

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