Azienda agricola Piandaccoli: quando la vite si intreccia con la storia

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Tradizione, innovazione, passione. Un sarcofago, un dipinto e un progetto di recupero di vitigni autoctoni ormai scomparsi.

L’Azienda Agricola Piandaccoli affonda le sue radici nel cuore della Toscana, a pochi chilometri da Firenze, sulle suggestive colline della zona di produzione del Chianti DOCG. I 20 ettari del vigneto si estendono appena fuori le mura del piccolo avamposto medievale di Malmantile, immersi in una campagna dove da sempre viti ed ulivi disegnano il paesaggio.

Insieme al Dott. Raffaele Anzuoni abbiamo tracciato alcuni dei passaggi storici importanti che hanno portato a questi vitigni: Foglia tonda, Pugnitello, Barsaglina e Mammolo, dal Rinascimento fino ai giorni nostri.

Come inizia la storia dei vostri vini?

“Nell’anno 1000 circa quest’area veniva utilizzata come ospizio per i pellegrini. Successivamente i frati la trasformarono in un monastero e iniziarono la coltivazione della vite. Successivamente con l’avvento di Napoleone, ci fu l’esproprio dei beni monastici e la tenuta passò di famiglia in famiglia. Arriviamo fino ai giorni nostri dove la famiglia Dorin, penultima proprietaria della tenuta, produce in queste zone un Chianti conosciuto e apprezzato. Gli anni passano e con il tempo cambiano le esigenze. La passione per l’arte e la storia unita ai ricordi di quella tenuta, spingono l’attuale proprietario, il Dott. Giampaolo Bruni, a prendersene cura”.

Quando nasce il progetto di recupero dei vitigni autoctoni?

“Il disegno che ci ha portato ai giorni nostri, vede i natali proprio dalla collaborazione del Dott. Bruni con il Dott. Bandinelli della Facoltà di Agraria. Esattamente il figlio del Bandinelli porta avanti questo proponimento già iniziato dal padre”.

Qual è l’evento scaturente questa decisione?

“Durante il periodo bellico, a Firenze, si cerca di salvare dai bombardamenti diverse opere nascondendole nel sottosuolo. Tra queste ci sono anche dei sarcofaghi della famiglia Medici. Durante il trasporto alcuni caddero e si aprirono permettendo di vedere cosa c’era all’interno. Fu scoperto che la salma era stata sepolta con molte delle cose di uso quotidiano come vestiti o monili ma anche con alcune offerte. Tra queste furono rinvenuti dei semi di alcuni acini di uva. Con le nuove tecnologie si è potuto poi esaminare approfonditamente questi semini facendo emergere che questa vite non era più presente sul territorio, era scomparsa”.

Ci furono altri raffronti per arrivare a questa conclusione?

“Si. La storia ci dice che la famiglia Medici incaricò il pittore Bartolomeo Bindi di raffigurare in alcuni dipinti, animali, frutta, per riprodurre cosa c’era nelle loro tenute. È proprio in due di questi che vediamo ritrarre diversi tipi di vite catalogati in una legenda. Questo fu un riscontro visivo importante che confermò che alcuni di questi vitigni non esistevano più”.

Avete avuto molte difficoltà per arrivare al risultato di oggi?

“Enormi. Era un salto nel buio. Non c’erano documentazioni che ci dicessero quale potesse essere il comportamento, la redditività o i punti di forza o di debolezza di questa vite. L’azienda ci ha creduto e dopo diverse sperimentazioni abbiamo raggiunto il giusto equilibrio. La scelta è produrre meno con una grande attenzione alla qualità. Questo è possibile anche grazie al fatto che noi ci produciamo tutto da soli, potendo così controllare l’intero percorso della filiera produttiva”.

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